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Inaugurazione Anno Giudiziario 2008
Comunicazione del Ministro della giustizia ad interim,
il Presidente del Consiglio Romano Prodi,
al Senato della Repubblica
23 gennaio 2008
Indice
LA
RIFORMA DELL'ORDINAMENTO GIUDIZIARIO
LA
GIUSTIZIA CIVILE
LA
GIUSTIZIA PENALE
LA
GIUSTIZIA MINORILE
LA
MAGISTRATURA ONORARIA
LA
POLITICA PENITENZIARIA
LE
PROFESSIONI
LE
INIZIATIVE DEL GOVERNO
LA
COOPERAZIONE EUROPEA E I RAPPORTI INTERNAZIONALI
L'AMMINISTRAZIONE
DEL SISTEMA GIUDIZIARIO
LA
GIUSTIZIA COME RISORSA
L'AMMINISTRAZIONE
VIRTUOSA E LA RIDUZIONE DELLA SPESA
Nella mia qualità di Ministro ad interim della giustizia, trasmetto,
ai sensi dell'art. 86 del R.D. 30 gennaio 1941, n. 12, come modificato dall'art.
29 della Legge 25 luglio 2005, n. 150, la Relazione al Parlamento sullo stato
della giustizia per l'anno 2007.
Sintesi della Relazione sull'Amministrazione della giustizia nell'anno
2007
Onorevoli Colleghi, un anno fa, era per me la prima volta da Ministro, vi
ho presentato il progetto che avevo in mente per operare una effettiva riforma
della giustizia. Lo avevo fatto partendo da una descrizione senza reticenze
dello stato di profonda crisi in cui essa versa da tempo, connotata da ritardi,
gravi inefficienze, conflitti politico–istituzionali e, quindi, da una
risalente e progressiva perdita di legittimazione e da un rapporto con i cittadini
contrassegnato da crescente sfiducia.
Pur consapevole della estrema difficoltà di quella che alcuni reputano
una missione impossibile, rifiutai allora, come rifiuto oggi, la pericolosa
tentazione di chi vorrebbe indirizzare la Giustizia italiana verso la palude
della rassegnazione e dell'impotenza, suggerendo l'ineluttabilità di
un disfunzionamento ormai cronico e irreversibile.
Dissi allora, essendone oggi ancor più convinto, che fronteggiare la
complessiva crisi di affidabilità della giustizia non è solo
una priorità per il Governo, ma un'urgenza ed una sfida per tutta la
classe dirigente del Paese: una vera e propria questione nazionale.
Il sistema di Giustizia è struttura fondamentale dello Stato, vero
pilastro dell'ordinamento democratico per la difesa dei diritti individuali
e la sicurezza dei cittadini, fattore decisivo per la competitività economica
del Paese.
Le istituzioni tutte, la politica nel suo complesso, i diversi attori della
vita pubblica, pur nella diversità dei rispettivi ruoli, devono insieme
farsi carico di questo capitolo centrale del nostro vivere in comunità.
Troppo spesso ciascuno dei protagonisti del sistema giustizia rinvia alla
responsabilità di altri, laddove di quel Sistema è chiamato istituzionalmente
a determinare gli esiti.
Passare dall'Io al Noi in materia di giustizia è necessario, renderlo
possibile è responsabilità di tutti.
Non si tratta di buonismo di risulta o di furba ipocrisia, ma solo della realistica
analisi di una vicenda istituzionale le cui coordinate essenziali sono ormai
note. Fingere di ignorarle significa eludere una responsabilità collettiva
al cui adempimento siamo tutti tenuti, pena il perpetuarsi di pesanti handicap per
il Paese, per la sua vita democratica, per la sua crescita civile ed economica.
Sia chiaro. Il Ministro della giustizia ha il suo ruolo, che rivendico, e
la sua propria responsabilità, alla quale non mi sottraggo.
Ma senza il superamento di logiche di casta, di gruppi e di corporazioni l'une
contro l'altre armate, semplicemente la giustizia italiana non si risolleverà dal
conflitto perpetuo e dalla cronica inefficienza. Senza il riconoscimento di
una reciproca legittimazione tra gli opposti schieramenti politici, senza il
concorso dei diversi attori istituzionali e dei molteplici decisori pubblici,
non realizzeremo l'interesse generale in questo ambito cosi prezioso, delicato
e complesso della nostra società. In questo quadro, la convinzione della
superiorità gerarchica degli eletti dal Popolo rispetto ai magistrati
nominati per concorso fa il paio con quella, altrettanto errata ed esiziale,
di una pretesa superiorità morale dei secondi sui primi in base a giudizi
etici sbrigativi ed infondati. Entrambe sono foriere di derive nei comportamenti
individuali e di indebite torsioni nell'esercizio di pubbliche funzioni e nella
vita delle istituzioni. Entrambe, potenzialmente moltiplicabili in progressione
geometrica per il numero dei soggetti politici, delle categorie professionali
e degli attori del processo, costituiscono il velo culturale ed ideologico
dietro il quale nascondere la radice del problema, comune del resto a tanti
ambiti della vita pubblica: l'incapacità collettiva e politica di fare
sintesi e realizzare le necessarie innovazioni su temi essenziali per il vivere
civile.
Voglio qui affermare, con convinzione e senza riserve, il valore, fondamentale
nel nostro assetto costituzionale, del principio della esclusiva soggezione
del giudice alla legge.
Soltanto – sottolineo soltanto – alla legge, ma almeno alla legge.
In mancanza di ciò, è la base stessa su cui poggia l'indipendenza
della magistratura ad esser messa a rischio, salvo a non immaginare un ben
più grave rischio per l'intero assetto delle nostre istituzioni democratiche.
La soggezione del giudice solo alla legge, privata del muro di cinta costituito
dal rispetto delle regole deontologiche, scolorirebbe fino a dissolversi, consegnando
prima i singoli magistrati, e poi l'intero ordine giudiziario, non più alla
garanzia indefettibile dell'autogoverno, ma alla perniciosa ricerca del consenso
della piazza. Oltre questo confine non c'è più la giustizia quale
noi conosciamo e vogliamo.
Se è assolutamente condivisibile che i detentori di responsabilità politiche
non debbano sottrarsi ad un effettivo controllo di legalità del loro
operato – così come sono sottoposti al sovrano giudizio degli
elettori – allo stesso modo credo debbano valere per i magistrati le
parole pronunciate da Platone, allorché ammoniva: "Quelli che abitualmente
si dicono magistrati, io li ho chiamati servitori delle leggi. Non per uno
stravolgimento nell'uso delle parole, ma perché sono convinto che in
ciò sopra tutto sia tanto la salvezza di uno Stato quanto la sua decadenza.
Infatti, uno Stato in cui la legge è esautorata e calpestata vede incombere
la distruzione. E invece, per quello in cui la legge prevale sui magistrati
e i magistrati ad essa si sottomettono, prevedo la salvezza e il godimento
di tutti i beni che gli dei concedono agli Stati".
La nostra capacità di sciogliere con equilibrio e saggezza tutti questi
nodi determinerà in larga parte l'avvenire della giustizia nel nostro
Paese. Esserne consapevoli è la base essenziale per valutare il cammino
fatto ed affrontare i problemi che abbiamo di fronte.
Riprenderò questi temi, a mio parere fondamentali, nella parte conclusiva
della mia relazione, dopo avervi esposto sinteticamente quanto, nel corso del
2007, si è verificato nell'amministrazione della giustizia e quanto,
come Ministro responsabile e col concorso di tutto il Governo, ho proposto
al Parlamento ed al Paese. Ad un più ampio documento scritto, corredato
di dati statistici e proposto all'attenzione del Parlamento, riservo i maggiori
dettagli.
Atteso da oltre sessant'anni e terreno di "guerre di religione" e
conflitti senza fine, il nuovo ordinamento giudiziario è legge dello
Stato.
Il vecchio sistema ordinamentale e la stessa riforma immaginata con la legge
150/2005 apparivano infatti largamente inadeguati rispetto ai bisogni di una
giustizia moderna ed efficace. Il nuovo assetto innova decisamente su tutti
gli snodi essenziali del sistema ordinamentale: accesso, formazione iniziale
e permanente, valutazione dei magistrati e loro progressione in carriera, attribuzione
di incarichi direttivi, distinzione di funzioni nell'ambito di un'unica carriera.
Cosi, l'ormai superato sistema di reclutamento del 1946 è stato sostituito
da un ben più probante concorso di secondo grado.
È stato poi abbandonato un sistema di valutazione dei magistrati non
più adeguato, in cui la professionalità veniva affermata per
presunzioni in occasione di passaggi di qualifica troppo distanziati nel tempo.
Ma si è evitato al contempo il ritorno al passato rappresentato dal
bizantino sistema di avanzamento in carriera previsto dalla riforma sospesa
dal Parlamento nel 2006, che non valorizzava adeguatamente la concreta attività dei
magistrati, basando la progressione su esami e titoli teorici e formali, non
conferenti con l'esperienza acquisita nella giurisdizione. La riforma votata
dal Parlamento introduce invece stringenti valutazioni quadriennali. Esse si
fondano su precisi elementi qualitativi e quantitativi, tratti essenzialmente
dall'attività pregressa del singolo magistrato e come tali idonei a
disegnare il suo effettivo profilo professionale. Da esse possono derivare
anche conseguenze di rilievo economico e di carriera nel caso di riscontrata
inadeguatezza.
Gli incarichi direttivi, attribuiti in passato senza riguardo alle concrete
capacità organizzative dei candidati e a tempo indeterminato, ciò che
aveva favorito spesso il formarsi di sacche di inefficienza e incrostazioni
di potere incompatibili con una sana ed efficiente amministrazione della giustizia,
sono ora temporanei e sottoposti a controllo di gestione e risultato al momento
dell'unico possibile rinnovo.
La marcata separazione tra funzioni giudicanti e requirenti prefigurata dalla
legge 150/2005 è stata sostituita da una rigorosa, ma equilibrata, distinzione
delle funzioni, garantita da apposita formazione, da un giudizio di idoneità specifica
e da limiti di incompatibilità: è stata così preservata
l'unicità della carriera dei magistrati.
È stata istituita la Scuola Superiore della Magistratura, adeguando
l'Italia alle più avanzate esperienze europee, nella consapevolezza
del valore centrale della formazione iniziale e permanente per l'innalzamento
della qualità complessiva del sistema giustizia.
Insomma, un intervento coerente con un disegno globale della giurisdizione
fedele al dettato costituzionale ed insieme innovativo quanto ad esigenze professionali,
modelli ordinamentali e forme di organizzazione della struttura giudiziaria.
Esso, concepito come il nucleo originario di una più ampia opera riformatrice,
costituisce la prima pietra sulla quale edificare un sistema giudiziario più moderno,
responsabile ed efficiente.
Credo che il Governo possa a giusto titolo rivendicare con orgoglio dinanzi
al Parlamento ed al Paese il risultato raggiunto in un ambito così importante
e in condizioni difficilissime di agibilità politica e parlamentare.
Ma il 2007 non è stato soltanto l'anno dell'adozione della riforma,
ma anche quello dell'avvio della sua realizzazione.
Innovazioni così profonde scontano necessariamente tensioni e richiedono
uno sforzo consistente a tutte le Istituzioni e a tutti i soggetti coinvolti.
Il mio Ministero è direttamente coinvolto nelle fasi organizzative per
l'attuazione del nuovo ordinamento, e nella predisposizione dei testi normativi
di coordinamento, l'ultimo dei quali approvato dal Consiglio dei Ministri l'11
gennaio scorso, volti a consentire, tra l'altro, il rinnovo dei Consigli giudiziari
e la costituzione del consiglio direttivo della corte di cassazione. Mi riferisco
in particolare al Consiglio superiore della magistratura, la cui collaborazione
leale e fattiva voglio sottolineare con convinzione e gratitudine. L'organo
di autogoverno ha contribuito concretamente all'attuazione della riforma, adottando
tempestivamente atti amministrativi di fondamentale importanza, come l'elaborazione
dei nuovi criteri per la valutazione dei magistrati, il conferimento di incarichi
direttivi e la pubblicazione dei posti direttivi resisi vacanti a seguito delle
disposizioni del nuovo ordinamento sulla loro temporaneità. In soli
quattro mesi il Consiglio superiore ha esaurito ben 117 procedimenti di conferimento
di incarichi direttivi, a fronte di un dato relativo allo scorso anno nel quale,
in nove mesi, sono stati esauriti soltanto 72 procedimenti analoghi. Ancora
molto resta da fare, basti pensare alla fase di avvio dell'attività della
Scuola superiore della magistratura, ma questo esordio è di ottimo auspicio
per il futuro, che potrà continuare a giovarsi di un clima consensuale
e di concrete prassi collaborative instaurate con le strutture del mio ministero,
migliore premessa per l'attuazione del nuovo ordinamento. Anche questo non
mi sembra un risultato di poco conto rispetto al recente passato, nell'interesse
del buon funzionamento delle istituzioni e dei cittadini al cui servizio esse
sono chiamate ad operare.
I dati statistici riferibili al 2006 ed il dato tendenziale annuo rilevato
a giugno 2007 indicano una domanda globale di giustizia pressoché stazionaria
rispetto all'anno 2005.
Le cause iscritte nell'anno 2006 (dato stimato in relazione alle informazioni
ancora non del tutto disponibili) sono state 4.335.493 a fronte delle 4.330.305
iscritte nel corso del 2005.
La capacità di risposta del sistema si è mantenuta costante,
tenuto conto della ulteriore diminuzione, di circa il tre per cento, del numero
di magistrati in servizio. Il numero di procedimenti definiti nel 2006 è stato
di poco inferiore a quello registrato nel 2005, e un andamento analogo si è riscontrato
anche nel primo semestre del 2007.
L'aumento della pendenza però non è omogeneo tra gli uffici
giudiziari. Se, infatti, presso i tribunali si registra un minimo incremento,
l'aumento delle pendenze finali è assai rilevante presso le corti di
appello (più 11,04 per cento) e presso i giudici di pace (più 14,35
per cento), per un totale complessivo superiore ai cinque milioni (stimato
in 5.127.450 al 31 dicembre 2006).
La giacenza media dei procedimenti civili varia da circa 980 giorni per la
cognizione ordinaria di primo grado (ma occorre ricordare che quasi il 90 per
cento dei procedimenti in primo grado finisce con la pronunzia della sentenza
che non viene impugnata) a circa 758 giorni per i procedimenti civili in materia
di lavoro.
La situazione è più grave in corte di appello dove la giacenza
media di un procedimento di cognizione ordinaria è stato di circa 1.405
giorni nel 2006, mentre per le controversie di lavoro è stato di circa
814 giorni, durata che si va a sommare a quella già accumulata per il
giudizio di primo grado.
Per il giudice di pace la giacenza media delle cause relative a risarcimento
danni da circolazione stradale si è attestata a circa 545 giorni nel
2006 mentre per le opposizioni avverso le sanzioni amministrative in materia
di circolazione stradale si è giunti nel medesimo periodo a 286 giorni.
Si tratta, evidentemente, di una situazione che necessita di interventi non
ulteriormente procrastinabili al fine di invertire la tendenza e ripristinare
parametri in linea con quelli europei, avendo diritto i cittadini e gli operatori
economici che vivono ed esercitano la loro attività nel paese ad un
trattamento che assicuri parità di condizioni nel vivere e nel competere
sul mercato.
Nel corso del 2006 si è riscontrata una riduzione dell'1,5 per cento
dei procedimenti iscritti contro noti e del 5 per cento di quelli contro ignoti,
confermando l'andamento già riscontrato nel 2005.
Nei primi sei mesi dell'anno 2007 tale andamento sembra essersi invertito,
dal momento che si è constatato un incremento delle sopravvenienze pari
al 5 per cento relativamente ai procedimenti iscritti contro noti e del 6 per
cento per quelli contro ignoti.
Per quanto riguarda i procedimenti sopravvenuti dinanzi a tribunali si deve
registrare una diminuzione nel corso del 2006 del 2,5 per cento per quelli
collegiali e del 3 per cento per quelli monocratici.
Nel corso del primo semestre 2007 si è registrato, invece, un incremento
del 7,5 per cento per i procedimenti da trattare innanzi al collegio ed una
riduzione dello 0,5 per cento per quelli monocratici.
Relativamente ai procedimenti innanzi al giudice di pace si è registrata
una diminuzione del 5 per cento di procedimenti iscritti nel 2006 ed un incremento
del 10 per cento in relazione a quelli iscritti nel primo semestre 2007.
Per quanto riguarda i giudizi di appello si è riscontrato un incremento
dei procedimenti iscritti nel 2006 rispetto al 2005 del 4 per cento mentre
si è registrata una diminuzione di circa il 9 per cento nel primo semestre
del 2007.
Innanzi alle procure sono stati definiti più procedimenti rispetto
a quelli iscritti relativamente ai procedimenti contro noti, mentre la definizione
dei procedimenti contro ignoti si è rivelata inferiore al numero di
quelli iscritti.
Per quanto riguarda i tribunali sono risultati definiti un numero di procedimenti
di poco inferiore a quello dei sopravvenuti. Innanzi alle corti di appello
nel 2006 sono stati definiti una quantità di procedimenti del 15 per
cento inferiore a quella dei sopravvenuti, mentre il dato del primo semestre
del 2007 appare più confortante, risultando definiti il 10 per cento
in più di procedimenti rispetto a quelli iscritti. La positività del
dato non va sopravvalutata, poiché deriva pressoché interamente
dalla riduzione del 10 per cento dei procedimenti sopravvenuti.
Innanzi al giudice di pace nell'anno 2006 vi è stato un notevole peggioramento,
in quanto malgrado la riduzione del 5 per cento delle sopravvenienze, il numero
dei procedimenti si è ridotto del 20 per cento rispetto ai definiti
dell'anno 2005, determinando un incremento delle pendenze a fine anno di circa
il 30 per cento. Nel corso del primo semestre del 2007 le sopravvenienze sono
aumentate del 10 per cento mentre le definizioni sono state del 20 per cento
inferiori alle sopravvenienze, producendo la crescita della pendenze al 30
giugno 2007 di un ulteriore 10 per cento.
La giacenza media in giorni dei procedimenti è aumentata per tutte
le tipologie di ufficio, tranne che per le procure della Repubblica ove per
i procedimenti in cui l'autore è noto diminuisce dai 469 giorni del
2005 ai 457 giorni del 2006. La variazione più elevata si registra per
le corti di appello ove la giacenza media passa dai 622 giorni del 2005 ai
681 giorni del 2006.
Notevole è risultata la variabilità tra il periodo di giacenza
dei procedimenti tra i singoli uffici, che risente anche della collocazione
territoriale e delle dimensioni. Nel caso delle corti di appello si passa,
ad esempio, dai 260–270 giorni per le corti di Palermo e Catanzaro, agli
oltre 1.300 giorni di Ancona e Venezia, a fronte della già ricordata
media nazionale di 681 giorni.
Anche nel settore penale gli indicatori denunziano, tenuto anche conto della
intervenuta riduzione del numero di magistrati in servizio, la necessità di
interventi non più differibili per garantire la ragionevole durata del
processo evitando che la vera sanzione sia costituita dalla pendenza del giudizio
piuttosto che dalla pena conseguente al giudizio stesso.
Il sistema penale minorile si pone come frontiera avanzata nella gestione
dei complessi problemi derivanti dai fenomeni migratori, e dall'incontro–scontro
di culture diverse nella vita di persone in via di formazione, rese permeabili
ad ogni influsso negativo da condizioni sociali quasi sempre precarie.
La presenza di stranieri nel sistema è ancor più prevalente
di quanto non sia per gli adulti (54 per cento degli ingressi in istituto penale
e 40 per cento degli ingressi in comunità di accoglienza), ed è spesso
complicata dalla presenza di minori non accompagnati, del tutto privi di riferimenti
familiari noti.
Viene osservato un deleterio fenomeno di assimilazione, da parte dei minori
stranieri, dei comportamenti devianti tipici delle società occidentali
avanzate, come l'uso di sostanze tossiche; ed è più frequente
la sinergia tra queste suggestioni del Paese ospitante e altri comportamenti
illeciti istigati o tollerati dagli adulti dell'originario nucleo affettivo.
Non sono affatto certo che l'abbassamento della soglia dell'età punibile
sia un rimedio efficace per queste linee di tendenza, e non esistono studi
teorici, né evidenze statistiche riprese da esperienze straniere, che
dimostrino l'utile praticabilità di una stretta repressiva verso i minori
di quattordici anni.
Tuttavia non ho pregiudizi, e di fronte a posizioni serie, fondate su argomenti
solidi e non sulla voglia irrazionale di esibire il braccio violento, non rifiuterei
la discussione.
L'evidente relazione tra delinquenza minorile e immigrazione ci fa muovere
invece con decisione verso politiche che mirano a responsabilizzare, quando
possibile, i Paesi di provenienza, e a coinvolgerli nel trattamento dei minori
devianti. In questo senso è stato già sottoscritto un protocollo
generale d'intesa con la Romania, e sono a buon punto i negoziati con quella
Nazione per un accordo che consenta il rimpatrio dei minori non accompagnati
coinvolti in Italia in vicende penali.
Nei dati relativi al processo penale e civile spicca il trend negativo
che interessa i procedimenti trattati dalla magistratura onoraria, evidentemente
investita da una domanda di giustizia che per quantità e tipologia non è più dimensionata
alla sua consistenza e alla sua vocazione professionale.
Sono trascorsi ormai oltre undici anni dall'inizio della attività degli
uffici del giudice di pace, e i tempi appaiono maturi sia per eseguire un serio
bilancio della attività svolta, sia per operare i necessari correttivi
diretti a potenziare la efficienza ed efficacia dell'azione ed al tempo stesso
per accentuare la professionalità del magistrato onorario. Abbiamo pensato
a misure che consentano un rapido riequilibrio della capacità di risposta
degli uffici di primo grado alla domanda di giustizia, avendo cura di utilizzare
tutte le risorse disponibili in un unico sistema coordinato, che rispetti il
radicamento delle istituzioni giudiziarie nel territorio e tenga conto del
fatto che le decisioni tendono a consolidarsi in primo grado in misura complessivamente
pari al 90 per cento.
Il disegno di legge di riforma della magistratura onoraria, in attesa di approvazione
da parte del Consiglio dei Ministri, si muove su tre direttrici fondamentali.
La prima consiste nella creazione di uno status unitario dei magistrati
onorari, accentuandone la professionalità mediante un sistema di selezione
e aggiornamento professionale permanente unito ad un rigoroso sistema di valutazione
della attività svolta.
La seconda consiste nell'unificazione presso il tribunale ordinario di primo
grado delle competenze attualmente attribuite agli uffici del giudice di pace.
Per effetto della introduzione dell'ufficio unico di primo grado le attività e
l'utilizzazione di tutti i magistrati, ordinari e onorari, diviene oggetto
dei provvedimenti di organizzazione tabellari che tengono conto della esigenza
della conservazione della giustizia di pace prevista dall'articolo 116 della
Costituzione; ciò consente d'altra parte di coinvolgere anche le Regioni
nella complessa organizzazione, così da concorrere ad ottimizzare le
prestazioni, potendo ciascun giudice essere addetto a più sedi in relazione
alle concrete necessità.
La terza direttrice consiste nella individuazione di una organizzazione in
grado di aggredire l'arretrato formatosi negli uffici giudiziari sia nel settore
civile che in quello penale entro un periodo di tre anni, utilizzando nella
definizione di tale contenzioso anche la magistratura onoraria, sulla base
di progetti che tengano conto della tipologia di contenzioso cui gli stessi
possono essere addetti.
Nelle carceri italiane erano presenti, il 7 gennaio 2008, 48.788 persone detenute,
quasi diecimila in più della cifra minima toccata nel settembre 2006,
pari a 38.326. È un dato elevato, ma tollerabile dal nostro sistema,
che non avrebbe invece potuto sopportare le oltre 72.000 presenze che oggi
si registrerebbero se non si fosse adottato il provvedimento d'indulto. Al
cui proposito voglio ancora rimarcare la strumentalità delle polemiche
condotte a lungo, con argomenti faziosi, contro la maggioranza e contro il
Ministro della giustizia. La situazione di oggi ci rende ancora ragione della
indifferibilità di quella misura, mentre il tasso di recidivi presenti
nelle carceri è pari al 42 per cento, contro il 48 per cento prima dell'indulto.
Nel corso del 2007 l'attività di recupero edilizio e ristrutturazione
condotta dal DAP ha consentito l'acquisizione di 426 nuovi posti, e nel 2008
si conta di recuperarne altri 1980. La pianificazione del triennio 2009 – 2011
mira ad ulteriori 2400 posti, e per il periodo ancora successivo a 2579 posti,
per un totale in incremento di 7385 posti, che porteranno un aumento complessivo
della capienza tollerabile di oltre 11000 posti.
Tuttavia, una visione meramente quantitativa dei problemi penitenziari sarebbe
miope, e non funzionale al bene prezioso della sicurezza. Dopo la detenzione,
che comunque ha un termine, non possiamo riconsegnare alla società la
stessa persona, magari ancor più esacerbata e pericolosa.
È perciò che l'ampiezza delle prigioni non esaurisce l'impegno
dello Stato verso il condannato, che deve allargarsi alla vigilanza e al trattamento
rieducativo. D'altra parte, la prigione non è l'unico immaginabile modo
di custodire e rieducare la persona, ma solo quello più dispendioso
e più sofferto.
Consapevoli di ciò, stiamo attrezzando la nostra Polizia Penitenziaria
per gestire in proprio le fasi dell'esecuzione penale esterna, consistente
in tutte quelle forme di trattamento alternative al carcere che obbligano il
condannato all'osservanza di divieti o di comportamenti prescrittivi, e che
quindi presuppongono la presenza di un'autorità vigilante, e controlli
stringenti sul rispetto dell'esecuzione.
In materia di custodia domiciliare, sia a titolo cautelare che di espiazione
di pena, sta partendo in questi giorni la sperimentazione di 400 braccialetti
elettronici, che assicureranno continuativamente la localizzazione della persona
interessata sul luogo di detenzione e renderanno impossibili i comportamenti
elusivi. La garanzia di efficacia derivante da questo controllo permanente
consentirà alla magistratura di utilizzare con maggiore fiducia, e migliore
profitto per le esigenze di tutela della collettività, le misure alternative
alla detenzione in carcere.
Nell'accostarci ai problemi del carcere, vediamo quanto essi siano inscindibilmente
intrecciati a quelli della funzionalità dell'apparato giudiziario. La
lunghezza dei processi penali articolati in tre gradi di giudizio si pone come
causa di due fenomeni negativi: la presenza eccessiva di persone non condannate
con sentenza definitiva, e un eccesso di ingressi in carcere con brevissimo turn
over. Il tutto è aggravato da un diritto penale di concezione ormai
datata, che considera il carcere la sanzione preferenziale di qualsiasi comportamento
illecito.
La prigione non reca così alcun beneficio al singolo in termini rieducativi,
e non protegge la collettività, minandone la fiducia nella capacità punitiva
del sistema penale.
La politica penitenziaria è perciò, per larga parte, politica
del diritto e del processo penale.
Intorno all'assetto di quelle che tradizionalmente chiamiamo professioni liberali è da
tempo in corso un dibattito serrato, nel quale si confrontano opinioni anche
molto distanti. Intanto, la direttiva comunitaria del 2005, attuata con decreto
legislativo, ha conferito autonomo rilievo alle associazioni professionali,
la cui figura si affianca agli ordini di categoria. Ritengo però che
il sistema degli ordini professionali conservi una sua specificità,
e che la sua nuova regolamentazione, proposta con apposito disegno di legge,
sia l'occasione per trasformare le garanzie corporative in vincoli a favore
della collettività. Deve essere accentuata la garanzia della qualità del
servizio, devono essere ridotte le asimmetrie informative e i costi sociali
recati da prestazioni non sempre adeguate. Solo con questo salto di qualità sarà possibile
aprirsi al futuro e al mercato globale, con un potenziamento della qualità dell'offerta
che potrà tutelare i professionisti italiani dalla concorrenza intracomunitaria.
La regola vale anche per la professione forense, che ci è cara tra
tutte, perché è coessenziale al concetto di giustizia. Il suo
malessere progredisce con quello dell'intero sistema giudiziario, dal quale
si contagia, ed al quale propaga i malanni suoi propri.
Abbiamo studiato con tutte le rappresentanze dell'avvocatura una riforma profonda
del sistema d'accesso, che possa garantire agli utenti la qualità dell'apporto
professionale, e al singolo professionista una maggiore serenità.
L'importante è mettere da parte qualsiasi egoismo di categoria e guardare
avanti senza arroccamenti, con la consapevolezza che il futuro immediato eserciterà sul
nostro sistema pressioni irresistibili verso la semplificazione amministrativa,
l'efficienza, l'accelerazione delle decisioni giudiziarie, l'effettività delle
pronunce.
Gli standard ai quali adeguarci non sono più elaborati in
casa, ma negli organismi internazionali e comunitari, e nei mercati di tutto
il mondo, che misurano l'efficienza del sistema–Paese attraverso i tassi
di criminalità e l'efficacia della protezione dei diritti a contenuto
economico.
Riguardo al Notariato, altra storica collocazione del giurista, ho assecondato
con convinzione la spinta riformatrice che viene dall'interno della professione,
ed intendo accompagnarla con conseguenti atti amministrativi.
Mi riferisco in primo luogo alla revisione della tabella notarile, che è già stata
definita utilizzando la percentuale massima di incremento delle spese di studio
e che comporterà quindi un aumento complessivo degli organici di 960
unità.
Mi riferisco inoltre alla volontà di attuare tale misura mediante una
rapida e progressiva copertura dei posti in organico, da realizzarsi con la
messa a concorso dei nuovi posti in un breve lasso di tempo, quindi secondo
cadenze serrate e per consistenze numeriche adeguate per ogni singolo concorso.
Intendo al riguardo bandire un nuovo concorso per almeno 400 posti entro i
primi mesi del 2008.
Mi riferisco infine all'ampliamento territoriale delle attuali possibilità di
esercizio della funzione.
Si tratta di provvedimenti di non poco conto perché costituiscono le
premesse per rafforzare un notariato "aperto" alle esigenze del territorio
e disponibile a ritoccare i suoi confini, che da "chiusi" diventano
via via programmati, rimuovendo anche l'ultimo dei sospetti di corporativismo
che hanno pesato così a lungo sulla categoria.
Come ho detto, nel 2007 il Governo ha determinato e proposto un quadro completo
di coerenti iniziative legislative. Loro obiettivi fondamentali sono, da un
lato, la riduzione dei tempi dei processi e il recupero di efficienza del sistema
e, dall'altro, la sicurezza dei cittadini di fronte alla commissione di reati
gravi e la tutela dei loro diritti.
Dunque, un anno fa vi avevo illustrato i miei propositi ed il mio progetto
per la giustizia italiana e la soluzione dei suoi antichi e gravi problemi.
La scaletta era insieme semplice e molto ambiziosa. Indicai in primo luogo
il prioritario impegno del Governo sulla riforma dell'ordinamento giudiziario,
consentita dalla legge di sospensione già adottata, ed invocai l'impegno
di tutte le forze politiche al fine di consentirne l'approvazione entro il
successivo 31 luglio.
Sottolineai quindi l'urgenza degli interventi volti alla semplificazione e
all'accelerazione dei processi civili e penali, da inquadrarsi in una prospettiva
di più lungo periodo, in quanto preparatori dei successivi interventi
di sistema ulteriormente risultanti dai lavori delle Commissioni ministeriali
da me istituite.
Prefigurai infine la necessità di innovative misure di organizzazione
e razionalizzazione della macchina giudiziaria e la correzione delle cosiddette "norme ad
personam".
Ebbene, il 2007 è stato l'anno della riforma dell'ordinamento giudiziario
e della traduzione del complessivo progetto del Governo in precise iniziative
legislative.
Voglio qui ricordare innanzitutto il disegno di leggge sull'accelerazione
del processo civile, presentato al Senato nello scorso mese di aprile 2007,
che costituisce a mio avviso un provvedimento assolutamente prioritario per
la semplificazione del rito e la velocizzazione delle procedure. Esso non ha
l'ambizione di proporre l'ennesima riforma dell'intero processo, ma introduce
meccanismi acceleratori concreti e immediatamente praticabili, fondati su pochi
e chiari criteri guida:
- responsabilizzazione dei magistrati anche attraverso programmi di produttività;
- accentuazione del principio di lealtà processuale, così da responsabilizzare
tutti i protagonisti dell'iter giurisdizionale;
- valorizzazione della conciliazione giudiziaria, con previsione di sanzioni
per il rifiuto ingiustificato di proposte conciliative;
- concentrazione delle udienze e più accurata scansione dei tempi nel
compimento di atti processuali, compreso l'espletamento di consulenze tecniche;
- semplificazione del regime delle nullità non incidenti sulla correttezza
del contraddittorio;
- revisione delle questioni di competenza, unificando il rito e sopprimendo il
regolamento necessario e facoltativo;
- sostituzione della sentenza con la più semplice e sollecita ordinanza
quando il procedimento si chiude senza una decisione di merito;
- introduzione di un procedimento sommario non cautelare per il pagamento di
somme e la consegna o il rilascio di cose;
- obbligo di indicazione specifica dei motivi d'appello a pena d'inammissibilità;
- da ultimo, sostanziale riduzione dei termini di sospensione del processo nel
periodo feriale, che attualmente decorrono dal 1º agosto al 15 settembre
e che, con la riforma, saranno ridotti di un terzo e andranno dal 1º al
31 agosto. I tribunali e le corti italiane garantiranno cosi l'ordinario servizio
di udienza per l'intero mese di settembre.
Il disegno di legge sull'ufficio per il processo e la riorganizzazione del
personale, all'esame della Commissione giustizia della Camera dei Deputati,
si propone un incremento di produttività con la creazione di una nuova
unità organizzativa all'interno degli uffici giudiziari, destinata a
compiti di collaborazione col giudice, e direttamente attinenti alla sua attività,
come le ricerche giurisprudenziali e dottrinali, l'individuazione e celere
trattazione delle procedure seriali, la gestione dei ruoli in base allo studio
statistico dei flussi.
L'ufficio per il processo si varrà del personale degli uffici giudiziari,
per il quale l'attribuzione di responsabilità più vicine all'esercizio
della giurisdizione sarà un grande incentivo professionale, ma potrà essere
integrato anche da praticanti avvocati, tirocinanti delle Scuole di specializzazione
nelle professioni legali e dottori di ricerca, previe opportune convenzioni
e senza oneri per l'amministrazione. Pensiamo che il significato di questa
novità vada oltre il contributo materiale apportato all'Amministrazione,
e potrà rappresentare un'occasione per sperimentare tangibilmente la
comune radice culturale delle professioni forensi, attorno alla quale esse
dovranno presto o tardi ricomporre dei punti di vista condivisi.
Si prevede l'avvio dell'archivio digitale dei provvedimenti, gratuitamente
accessibile agli avvocati, in tutti i Tribunali e le Corti d'Appello; si introduce
il modello telematico di comunicazione, con la previsione generalizzata della
forma di processo telematico entro il 30 giugno 2010 per i decreti ingiuntivi,
l'esecuzione immobiliare, le controversie in materia di previdenza ed assistenza
obbligatoria.
È prevista una delega legislativa al Governo per gli aggiustamenti
alla normativa in tema di notificazioni, comunicazioni, vendite giudiziarie,
in modo da renderla compatibile con le nuove tecnologie.
Tra i princìpi stabiliti in sede di delega, figurano l'obbligo per
ciascun avvocato e ciascun ausiliario del giudice di munirsi di un indirizzo
di posta elettronica certificato e la previsione della forma telematica per
ogni comunicazione e notificazione, ove sia possibile.
I pagamenti virtuali a mezzo di carte di debito o di credito diverranno lo
strumento privilegiato (nel caso dell'imposta di registro sui provvedimenti
giudiziari, il mezzo esclusivo) di pagamento di contributi, diritti e spese
del processo civile e penale.
L'Amministrazione conta di incentivare i privati al prelievo di copie digitali
invece che cartacee, differenziando opportunamente i diritti di rilascio.
Nel campo delle vendite giudiziarie saranno consentite forme di pubblicità più efficaci
ed immediate, quali la ripresa fotografica dei beni pignorati e la pubblicità su
siti Internet.
Il disegno di legge sull'accelerazione del processo penale anticipa i temi
della riforma dei codici, introducendo correttivi processuali e sostanziali
che tendono ad attuare il principio della ragionevole durata del processo attraverso
una serie di accorgimenti, quali: l'obbligo per ogni ufficio giudiziario di
dotarsi di un indirizzo di posta elettronica certificata attraverso il quale
non passerà soltanto la corrispondenza ordinaria, ma anche gli atti
processuali, le memorie, le istanze delle parti e le richieste rivolte ad altra
autorità giudiziaria; la semplificazione delle notificazioni, con l'abolizione
di formalità che nulla aggiungono alle garanzie delle persone coinvolte
nel processo, e la valorizzazione del difensore di fiducia come destinatario
tendenzialmente esclusivo delle comunicazioni e notificazioni; la concentrazione
obbligatoria delle questioni di competenza nella fase anteriore al dibattimento;
la disincentivazione dei comportamenti oppositivi, che tendono a impedire la
celebrazione del processo, mediante una disciplina della prescrizione che sterilizza
le manovre dilatorie; la rivisitazione delle regole sulla contumacia, tendente
ad assicurare a tutti l'effettiva conoscenza del processo e la reale possibilità di
difesa; l'abolizione del processo contro gli irreperibili, che ci espone a
censure in sede internazionale e determina un carico di lavoro al quale non
consegue alcun reale risultato.
La domanda di certezza alla quale la giustizia deve rispondere è tra
le più urgenti ed importanti, perché ha un valore generale e
diffuso, riguardando la tutela di tutti i diritti e il rispetto di tutti i
doveri.
Su questo piano, ci è parsa chiara l'esigenza di un riequilibrio del
sistema, che in taluni settori è sbilanciato verso la tutela dei diritti
e non sufficientemente rigoroso verso le violazioni dei doveri. In una prospettiva
che guarda oltre le contingenze del presente, i quattro disegni di legge noti
come "pacchetto sicurezza" intendono comporre un efficiente assetto
del sistema di prevenzione e repressione dei reati. Di questi, tre attengono
in modo diretto e prevalente al funzionamento della giustizia penale. Ne ricordo
di seguito le principali previsioni:
- adesione al trattato di Prum, che stabilizza alcune utilissime forme di cooperazione
transnazionale anche in materia di immigrazione illegale;
- inasprimento sanzionatorio per i delitti di omicidio colposo e lesioni colpose
conseguenti a guida in stato di ebbrezza o di alterazione da stupefacenti;
- revisione della disciplina della prescrizione quale risulta dalla legge cosiddetta
Cirielli, con introduzione di nuovi criteri di calcolo più compatibili
con la necessità di rendere giustizia, e simultanea neutralizzazione
ai fini prescrittivi dei tempi morti indotti da comportamenti dilatori dell'imputato;
- rivisitazione delle riforme del 2002 e 2005 in materia di reati societari (cosiddette
leggi sul falso in bilancio), comportante l'eliminazione di fattispecie contravvenzionali
e delle soglie di punibilità, il ripristino della perseguibilità d'ufficio
e l'introduzione di aggravanti specifiche, oltre alla distinzione delle fattispecie
relative alle società quotate in borsa;
- disciplina più rigorosa della custodia cautelare, con possibilità di
valutare le risultanze desumibili dal costituendo archivio elettronico delle
misure cautelari, e ampliamento delle tipologie di reato per le quali, in assenza
di prova positiva dell'inesistenza di esigenze cautelari, deve essere applicata
la custodia cautelare in carcere. Tale ultima ipotesi riguarderà l'omicidio,
la rapina, il sequestro di persona a scopo di estorsione, l'induzione o sfruttamento
della prostituzione minorile, la violenza sessuale aggravata, il favoreggiamento
a fine di profitto dell'immigrazione clandestina, il furto in appartamento
e quello mediante strappo; per gli stessi reati, si prevede l'impossibilità di
ottenere la sospensione dell'esecuzione della pena.
L'inasprimento delle regole sulla custodia cautelare si accompagna all'introduzione
di una nuova ipotesi di giudizio immediato, per consentire la celere trattazione
delle posizioni degli imputati detenuti.
Con altro disegno di legge si è prevista una delega al Governo per
il riassetto delle misure di prevenzione personali e patrimoniali, che dovrà condurre
alla redazione di un codice delle misure di prevenzione, nel cui disegno i
meccanismi di aggressione e confisca dei profitti patrimoniali dei reati acquisiscono
un ruolo sempre più centrale, quali strumenti elettivi di contrasto
alle organizzazioni criminali Si dovrà superare il concetto di accessorietà della
misura patrimoniale rispetto a quella personale, affidandola non più al
giudizio di pericolosità della persona, ma a quello sulla pericolosità del
bene, in ragione del suo vincolo di strumentalità con l'azione criminale.
La Camera dei deputati ha già approvato nell'aprile scorso il disegno
di legge sulla nuova disciplina delle intercettazioni telefoniche e ambientali,
materia della quale troppo spesso si è nutrito il dibattito pubblico,
assumendo come oggetto l'analisi di conversazioni intercettate nell'ambito
di procedimenti penali. La mia posizione al riguardo è molto semplice.
Le intercettazioni telefoniche sono uno strumento irrinunciabile nella lotta
alla criminalità grave, tanto più nella lotta al crimine organizzato,
ai grandi traffici illegali, al terrorismo. Rinunciare a quest'arma, o comprimerne
l'uso fino a ridurne l'efficacia, sarebbe un gesto autolesionistico che non
vogliamo commettere. Non possiamo tuttavia assistere inerti alle molteplici
violazioni – non importa se colpevoli o incolpevoli – del diritto
alla riservatezza di persone estranee alla commissione di reati e casualmente
incappate in una qualche intercettazione.
La maggior parte di questi casi sono resi possibili da un regime giuridico
complessivo sostanzialmente disinteressato alla tutela degli estranei al procedimento
penale, e che comunque sacrifica oltre ogni ragione processuale la privacy delle
stesse persone sottoposte ad indagine. Il disegno di legge approvato dalla
Camera introduce robusti correttivi, svincolando la segretezza delle conversazioni
intercettate dalle vicende processuali cui esse vanno incontro, e instaurando
un regime di segreto efficacemente presidiato da un apposito sistema sanzionatorio.
L'intercettazione delle conversazioni e comunicazioni private è un atto
tra i più invasivi, e non può essere usata che per l'accertamento
dei reati. Ad essa devono applicarsi i princìpi di proporzionalità e
di sussidiarietà, e va accuratamente impedito che i loro risultati siano
utilizzati – da chiunque – per fini diversi da quelli penali.
Non ho alcuna intenzione di mettere in discussione il ruolo fondamentale della
libera stampa, necessaria struttura portante di ogni sistema democratico, né di
impedire il dibattito su comportamenti degni di giudizio da parte dell'opinione
pubblica. Ma è errato ritenere che la conversazione intercettata debba
comunque costituire oggetto del diritto di cronaca, indipendentemente dalla
sua rilevanza nel processo penale. In realtà una simile impostazione
non è conforme alle norme di civiltà comunemente accettate e
praticate nelle società democratiche, e non è autorizzata dal
nostro diritto sostanziale.
Nessuna norma del nostro ordinamento consente che l'onore e la reputazione
di una persona che non ha commesso reati, e spesso non è nemmeno accusata
di averli commessi, vengano impunemente vulnerati.
Il diritto di cronaca riguarda, tendenzialmente senza alcuna limitazione,
i fatti dedotti nel processo e rilevanti per l'accertamento dei reati, ma non
i fatti estranei al processo, e tantomeno il pettegolezzo o il gossip,
laddove questi costituiscono un semplice cascame dell'indagine penale. È quindi
nostro dovere proteggere la riservatezza dei singoli individui, quale che sia
la loro qualifica e la loro professione, dalle dannose incursioni di una sterile
curiosità che si fregia indebitamente del nobile titolo di diritto all'informazione.
La soluzione da me proposta, e da voi approvata, si muove decisamente in questa
direzione, riservando la pubblicazione alle sole intercettazioni che confluiscono
nel dibattimento. Tengo a sottolineare che questo criterio è ancora
più permissivo di quanto non sia in certe esperienze straniere che ci
vengono continuamente indicate a modello in altri campi, le quali escludono
la stessa possibilità di intercettazioni giudiziarie – come nel
Regno Unito – e vietano la pubblicazione del contenuto di atti processuali
prima del contraddittorio dibattimentale.
L'ascolto attento della domanda di giustizia proveniente dal Paese e la necessità di
anticipare alcuni degli interventi necessari a semplificare la macchina giudiziaria
e ad accelerarne il passo, non ci hanno distratti dal bisogno di riforme globali
dei codici penale e di procedura penale. Le commissioni ministeriali da me
istituite e presiedute dall'avvocato Pisapia e dal professore Riccio hanno
presentato le loro proposte, aventi rispettivamente ad oggetto la parte generale
del codice penale e l'intero codice di rito.
Intendo presentare nei prossimi giorni tali proposte all'esame del Consiglio
dei ministri. È mia convinzione che se le direttive di delega saranno
valutate ed arricchite dal Parlamento con animo libero e svincolato da posizioni
ideologiche e se l'inderogabilità di riformare la giustizia non verrà contraddetta
dai fatti, sarà davvero possibile fornire al Paese strumenti moderni,
adeguati ai tempi, fedeli ai valori costituzionali.
Per quanto in particolare riguarda la parte generale del codice penale, tengo
a sottolineare una profonda modifica del sistema sanzionatorio, nella prospettiva
di quel "diritto penale minimo ma efficace", tanto auspicato nei
convegni e nei dibattiti quanto eluso da una legislazione spesso contraddittoria.
Nelle proposte di delega sono state previste diverse pene principali non detentive,
soprattutto interdittive e prescrittive, in modo da rendere effettivo il principio
per cui il carcere debba essere l'extrema ratio, limitata ai reati
di particolare gravità. Per condotte di minore allarme sociale può infatti
spesso rivelarsi più dissuasiva l'effettiva applicazione di pene non
detentive, che la riforma prevede non suscettibili di sospensione condizionale
e quindi indefettibilmente destinate a certa esecuzione. Ne scaturisce un impianto
normativo che fa perno sulla funzione rieducativa della pena, ma in grado al
contempo di contrastare quel senso di impunità, purtroppo particolarmente
diffuso, che costituisce spesso la premessa per la commissione di nuovi reati.
Spero possa essere rapidamente avviata in Parlamento una discussione aperta
e non strumentale su entrambe le proposte di riforma, e che, indipendentemente
dalla condivisione o meno di singole scelte, ciò possa contribuire ad
un confronto sereno e soprattutto costruttivo.
Credo sia difficile anche per i più distratti negare una chiara riaffermazione
del ruolo dell'Italia nel contesto delle politiche europee in materia di giustizia
e, più in generale, in quello dei rapporti con le organizzazioni sopranazionali
e con gli altri Stati. Tale nuovo impulso si è tradotto in primo luogo
nelle conseguenti iniziative di ratifica e trasposizione in diritto interno
dei principali strumenti europei e internazionali in attesa di ratifica da
anni. Solo per citare i principali:
- disegno di legge per la ratifica della Convenzione ONU di Merida contro la
corruzione;
- disegno di legge per la ratifica della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla
corruzione;
- disegno di legge di ratifica del Secondo Protocollo alla Convenzione dell'Unione
Europea sulla protezione degli interessi finanziari delle Comunità europee;
- disegno di legge sulla ratifica della Convenzione di Varsavia sulla prevenzione
del terrorismo;
- disegno di legge per la ratifica della Convenzione ONU per la repressione
degli atti di terrorismo nucleare;
- schema disegno di legge per la ratifica della Convenzione dell'Unione Europea
relativa all'assistenza giudiziaria in materia penale tra gli Stati membri
dell'Unione Europea adottata a Bruxelles il 29 maggio 2000;
- disegno di legge per la trasposizione della Decisione Quadro dell'Unione Europea
sulla costituzione di squadre investigative comuni.
A questa imponente proposta normativa, si è accompagnato il nuovo e
più attivo ruolo svolto nell'ambito del Consiglio europeo dei Ministri
della giustizia e degli affari interni. In questo quadro ricordo che la nuova
posizione italiana ha sbloccato il negoziato sulla decisione in materia di
razzismo e xenofobia e che l'Italia figura tra i Paesi proponenti di una decisione
volta a rafforzare i poteri di Eurojust, nella prospettiva di un corrispondente
rafforzamento dei rapporti di cooperazione giudiziaria tra magistrati europei
in materia di criminalità organizzata, reati connotati da particolare
gravità e terrorismo.
Nello scorso agosto sono stato all'origine di un documento per il rafforzamento
dello spazio giudiziario europeo che, in forma di articolo, è stato
pubblicato contemporaneamente su sei quotidiani europei, a firma mia e dei
Ministri della giustizia di Francia, Germania, Portogallo, Slovenia e Spagna.
Ho siglato intese con i miei omologhi romeno e tedesco per lo scambio di magistrati
di collegamento e l'istituzione di squadre investigative comuni, particolarmente
utili per far fronte alle diverse emergenze criminali. D'intesa col Ministro
degli esteri, procederò alla nomina di un magistrato incaricato della
cooperazione giudiziaria con gli Stati Uniti d'America presso la nostra Ambasciata
di Washington e analoga figura di esperto provvederò a mettere a disposizione
presso la nostra rappresentanza permanente presso le Nazioni Unite. Il Ministero
intrattiene inoltre, in una contingenza particolarmente delicata, rapporti
assidui con il Consiglio d'Europa, sui quali intendo fornire in conclusione
alcuni ulteriori dettagli. Il ruolo dell'Italia nel gruppo di lavoro sulla
corruzione nelle transazioni internazionali ha consentito di ospitare a Roma
nello scorso ottobre le cerimonie del decennale della relativa Convenzione.
Infine, è stata firmata dal presidente Prodi a Tirana una nuova Convenzione
di assistenza giudiziaria con l'Albania, strumento questo predisposto dal Ministero
della giustizia e di particolare importanza per gli uffici giudiziari italiani
impegnati nella lotta al crimine organizzato.
L'attività del Ministero della giustizia si è pure rivolta a
esplorare le possibilità di un recupero di produttività e di
efficienza attraverso misure amministrative, o comunque di taglio organizzativo,
sebbene da realizzarsi per via normativa.
Ci siamo dovuti confrontare anzitutto con la difficoltà del sistema
giudiziario di rilevare e comunicare i dati conoscitivi e statistici necessari
ad ogni programmazione a lungo termine. Stiamo cercando di porre rimedio a
tale situazione. La Commissione da me istituita per la razionalizzazione organizzativa
ha ultimato i suoi lavori sotto la guida del presidente Mirabelli e proprio
ieri ha presentato la sua relazione finale.
Alla luce di questo lavoro ci pare urgentissima l'informatizzazione dei ruoli
in materia civile, senza la quale non è possibile conoscere in maniera
fine e aggiornata "in tempo reale" l'andamento dei flussi e della
qualità del contenzioso, premessa per ogni consapevole intervento di
gestione. Occorre poi instaurare un rapporto diretto con i grandi utenti del
sistema giudiziario (INPS, INAIL, Ferrovie dello Stato, Poste, Assicurazioni,
Banche, Avvocatura dello Stato, Amministrazioni pubbliche, Patronati) per individuare
le fonti di cause seriali e standardizzare in via informatica le relative procedure.
È emersa pure la necessità di concentrare gli sforzi organizzativi
nelle maggiori tre sedi del Paese (Roma, Milano e Napoli) presso le quali si
concentra più del 30 per cento della domanda di giustizia del Paese
e più del 30 per cento dell'intera produzione in civile e in penale.
In generale, crediamo che la tecnologia informatica sia il futuro immediato
della giustizia italiana, per la quale stiamo realizzando un sistema integrato
di informatizzazione che coinvolge tutte le sue fasi, e che potrebbe decollare
in un tempo medio di circa cinque anni, se costantemente finanziato.
Il fronte più avanzato del sistema è il processo civile telematico,
già realizzato a Milano per le procedure routinarie di decreto ingiuntivo,
sperimentato attualmente in altre tre sedi giudiziarie e che il disegno di
legge sull'ufficio per il processo rende obbligatorio già dal 2010,
previa verifica in sede locale dell'adeguatezza della struttura.
In sede penale, dovrà essere diffuso il modello introdotto di recente
a Napoli, con l'acquisizione automatica delle notizie di reato, che verranno
direttamente trasmesse dalle forze di polizia giudiziaria, con firma digitale,
ad un portale delle procure, abilitato a riceverle per poi sistemarle automaticamente.
Nei singoli distretti di Corte d'Appello si stanno già predisponendo
delle sale server con requisiti di sistema idonei, mentre sono progettati,
ma non finanziati, interventi per la realizzazione del fascicolo digitale delle
indagini preliminari e l'archiviazione in digitale dei verbali di udienza.
Di imminente realizzazione sono pure le banche dati delle misure cautelari
reali e personali, il cui funzionamento condiziona, ad esempio, la riforma
processuale riguardante la valorizzazione dei precedenti cautelari nelle decisioni
sulle richieste di misura cautelare.
Un'accurata verifica degli "angoli bui" dell'amministrazione ci
ha portato ad occuparci del recupero delle spese di giustizia, mettendo allo
scoperto l'incapacità di riscossione di un credito virtuale di ammontare
enorme, del quale attualmente si incassano percentuali irrisorie. D'altra parte
questo stesso lavoro ci ha fatto scoprire che la giustizia non è soltanto
un costo, ma l'occasione di entrate cospicue.
Basti pensare che solo per il contributo unificato, pagato per l'iscrizione
di una causa civile, lo Stato ha incassato per il 2006 la somma di 257 milioni
di euro, mentre non sono facilmente quantificabili, a causa delle modalità di
riscossione, i diritti di copia percepiti per ciascuno dei milioni di fogli
rilasciati alle parti dei processi penali e civili.
Una proiezione delle somme astrattamente recuperabili nel primo semestre del
2007 per pene pecuniarie e spese processuali parla di oltre 326 milioni di
euro di pene pecuniarie e di oltre 56 milioni di euro di spese processuali,
di cui sarebbero stati sinora recuperati meno del 3 per cento. I dati del 2006
sono più ottimisti, parlando di 24 milioni di euro recuperati, e comunque
confermano che non si tratta di cifre marginali.
Vi è poi l'enorme flusso finanziario costituito dalle somme sequestrate
o confiscate, sulla cui entità non ci si era mai concentrati prima d'ora.
Abbiamo recentemente provveduto ad una prima ricognizione riguardante i soli
depositi giudiziari presso le Poste Italiane S.p.A.. Ebbene, le somme che risultavano
depositate alla data del 30 novembre scorso ammontano a euro 1.599.689.582,31
distribuite su 636.765 libretti di deposito. Non si tratta di una somma interamente
disponibile, perché riguarda vari tipi di sequestri penali e civili,
e perché non è agevole prevedere quale parte di essa potrà restare
nella disponibilità dello Stato a seguito di confisca o per altri eventi
processuali.
Non c'è dubbio, però, che un tale ordine di grandezze consente
di ipotizzare la disponibilità nel breve periodo di una parte di questo
forziere che, per quanto piccola in percentuale, non sarà mai modesta
in cifra assoluta, e il suo reimpiego per finanziare il buon funzionamento
e la modernizzazione degli uffici giudiziari.
Nel corso del 2007 è stata acquisita allo Stato, nell'ambito di un
solo procedimento penale per delitti economici, commessi in relazione alle
note vicende della scalata alla Banca Antonveneta, la somma di 94 milioni di
euro.
L‘amministrazione della giustizia si è potuta giovare di soli 24 milioni
di euro di stanziamento aggiuntivo prelevati da tale ragguardevole cifra.
Vorremmo invece poter disporre di quanto riusciamo a produrre, specie quando
si tratta di risorse aggiuntive di una certa consistenza; vorremmo che si facesse
in questa direzione un passo avanti più lungo di quello che abbiamo
ottenuto con l'ultima legge finanziaria, che istituisce un vincolo di scopo
tra il finanziamento del processo telematico e le somme sequestrate e non rivendicate,
che vengono acquisite dallo Stato.
Sono di imminente traduzione in disegni di legge le proposte organiche scaturite
dal lavoro di un'apposita commissione di studio in materia, con lo scopo di
semplificare la determinazione dei crediti per spese di giustizia, di incrementare
significativamente il tasso di riscossione, e di centralizzare la gestione
dei beni sequestrati e confiscati, abbassandone i costi e massimizzandone i
profitti. Il senso di questa operazione non sarà soltanto economico,
perché si dovrà porre come una delle condizioni di effettività delle
pronunce giudiziarie, e della loro conseguente forza dissuasiva verso i comportamenti
illegali.
Non c'è dubbio che anche la giustizia debba fare i conti con le risorse
del Paese, e debba adeguarsi ai criteri generali di fissazione della spesa.
In questo senso, nessuno può accusare il mio Ministero di prodigalità o
di riluttanza ad adeguarsi ai noti vincoli di bilancio e di spesa. Posso affermare
forte, e con cognizione di causa, che la giustizia è oggi un'amministrazione
virtuosa: conformemente alle previsioni di legge, stiamo riducendo del 10 per
cento i posti di direttore generale a livello centrale, siamo l'amministrazione
che più di tutte ha ridotto le spese per il parco automobilistico, non
abbiamo alcun rapporto di consulenza esterna, e nel solo anno 2006, realizzando
un'accorta circolazione delle informazioni tra i diversi uffici deputati alla
stipulazione dei contratti, abbiamo portato la spesa per intercettazioni telefoniche
da 308 a 229 milioni di euro, malgrado l'incremento dei bersagli intercettati
di oltre 11.000 unità, con un risparmio netto di quasi 80 milioni, in
termini percentuali pari al 25 per cento.
Abbiamo ereditato una posizione debitoria al 31 dicembre 2006 di oltre 219
milioni di euro, e la presentiamo oggi al Paese con un'esposizione di poco
più di 143 milioni di euro, in riduzione del 34 per cento in quota percentuale,
e di quasi 76 milioni in cifra assoluta.
Altri consistenti risparmi verranno, già durante questo esercizio finanziario,
dal sistema unico delle intercettazioni telefoniche, per la cui attuazione
la legge finanziaria ha posto, su mia proposta, la necessaria base normativa.
Misure di razionalizzazione sono in avanzata fase di studio, e potranno trovare
sbocco nell'iniziativa legislativa del 2008, anche per altre importanti fonti
di spesa, come gli indennizzi per ritardi da irragionevole durata del processo.
Oltre all'intervento strutturale costituito dal complesso delle riforme intraprese,
che potranno drasticamente ridurre i casi di ritardo non ragionevole, occorre
snellire le procedure previste dalla cosidetta legge Pinto, che sono divenute
esse stesse una fonte di sofferenza del sistema. Basti pensare che le 20.514
procedure d'indennizzo iscritte nel 2006 sono state il 14,43 per cento dell'intera
sopravvenienza in materia civile dinanzi alle Corti d'Appello, e i dati tendenziali
relativi al primo semestre del 2007 mostrano un ulteriore lieve incremento
di questa percentuale.
Malgrado tutto ciò, la spesa del Ministero è stata qualificata,
anche in documenti ufficiali, come poco razionale, o comunque scarsamente performante
rispetto alla media dei Paesi europei. Questi giudizi scontano negativamente
un approccio meramente aziendalistico, e talvolta poco consapevole della stessa
natura dei dati sottoposti a comparazione. Non ha infatti molto senso paragonare
le risorse giudiziarie italiane a quelle francesi, spagnole o inglesi, e stabilire
che sono più o meno eguali, o lievemente a favore dell'Italia, in ciascuno
dei tre casi. In realtà la sopravvenienza dei processi in materia civile
(6159 per 10.000 abitanti) è di poco inferiore a quella complessiva
della somma degli altri tre Paesi (8.526 per 10.000 abitanti), nessuno dei
quali prevede un sistema processuale così complesso come il nostro,
mentre tutti selezionano l'accesso alla giustizia attraverso costi incomparabilmente
più elevati a carico degli utenti.
Le stesse fonti propongono la modificazione delle circoscrizioni giudiziarie
secondo criteri di economicità e di accorpamento. Credo di essere il
primo Ministro della giustizia che di propria iniziativa sta effettivamente
sopprimendo delle sedi giudiziarie, e in particolare ben 91 uffici del giudice
di pace. Non ho quindi alcun timore di affrontare il tema, del quale devo però sottolineare
la scarsa praticabilità, dal momento che la soppressione di uffici giudiziari
di livello superiore al giudice di pace avviene con atti aventi forza di legge,
e richiede perciò un consenso politico molto difficile da coagulare.
Guardo con favore alla soppressione di pochissime sedi minori, la cui esistenza è effettivamente
difficile da giustificare, mentre per tutte le altre rispetto alle quali si
pone un problema di economicità occorre un atteggiamento più pragmatico.
Prendiamo atto che la presenza di un'istituzione giudiziaria nelle piccole
e medie città non è un semplice orpello. Ne deriva comunque un
indotto economico, a volte consistente, e soprattutto completa la dimensione
civica delle tante, e non grandi, collettività che fanno bella l'Italia,
assicurando loro una sorta di ideale autonomia che tutte aspirano a mantenere
e consolidare. Se è così, l'istituzione giudiziaria deve esser
vista anche come patrimonio della comunità locale, che deve in parte
accollarsene il costo, sollevando l'amministrazione centrale da oneri impropri
che effettivamente ne appesantiscono la gestione. In questo senso abbiamo già stipulato
accordi con alcune Regioni (Friuli Venezia Giulia, Campania, Calabria, Lombardia)
per garantire il funzionamento di determinati uffici anche mediante personale
degli Enti locali opportunamente comandato.
Questa tendenza ha trovato un ampio consenso, dal quale deriva la previsione
della Legge finanziaria, da me sollecitata, che consentirà quest'anno
al Ministero della giustizia di coprire un certo numero di posti vacanti nell'organico
amministrativo con l'attivazione delle procedure di mobilità del personale
di altre amministrazioni.
Nel nostro organico risultano vacanti l'8,22 per cento dei posti di magistrato
(835 su 10.151), e 6320 posti di personale amministrativo, pari al 7,56 per
cento del totale. Si tratta di carenze pesanti, perché incidono su un'organizzazione
tutt'altro che sovradimensionata, e pressata da una tale mole di affari che,
al di là di qualsiasi volontà di chi vi appartiene, lascia pochissimo
spazio al disimpegno e al privilegio. In relazione al reclutamento di magistrati,
abbiamo portato a termine un concorso precedentemente bandito, assumendo i
319 vincitori, e stiamo celermente conducendo le procedure di un altro concorso
per 350 posti. Nel frattempo, abbiamo richiesto il parere del Consiglio superiore
della magistratura su un nuovo bando per 500 posti, da coprirsi secondo le
regole del nuovo ordinamento.
Ho cominciato la mia relazione affermando che il recupero di efficienza e
credibilità della giustizia è una questione nazionale assolutamente
prioritaria, alla cui soluzione l'intera classe dirigente deve dedicarsi subito,
responsabilmente e senza riserve.
In mancanza di questa collettiva assunzione di responsabilità, la pesante
zavorra di una giustizia che non funziona è destinata a gravare ancora
sul Paese, frenandone la crescita civile e il dinamismo economico in modo non
dissimile da quanto avviene per il fardello del debito pubblico accumulato
nei decenni scorsi.
Lo ripeto, rivendico il mio ruolo e non intendo sottrarmi alle mie responsabilità.
Lo dico a testa alta, dopo avervi illustrato l'insieme delle iniziative realizzate
ed intraprese.
Lo dico con l'animo sereno di chi sa di aver adempiuto ai suoi doveri e di
aver tenuto fede ai propositi pubblicamente enunciati, nei limiti consentiti
dalle compatibilità politiche ed economiche che conoscete e che ho cercato
di sottoporre di nuovo alla vostra comune riflessione, nell'interesse del Paese.
Consentitemi di aggiungere che il Ministro della giustizia non è il
Commissario straordinario per l'emergenza giustizia. Egli non ha poteri in
deroga alle leggi, ha quelli che gli affida la Costituzione, che trovano limiti
ed equilibrio nei concorrenti poteri di altre istituzioni.
Alcuni esempi mi aiuteranno a chiarire il mio pensiero, ma altri potrei farne.
Mi interrogo quando leggo le grida di parlamentari che indicano al Paese la
mia responsabilità
rispetto alla decisione giudiziaria di concedere gli arresti domiciliari ad
un pluriomicida e al contempo non si esaminano le norme da me proposte che
impedirebbero il ripetersi di quella scelta e permetterebbero di sanzionare
più adeguatamente quel tipo di reato.
E ancora. Ho letto con interesse e rispetto l'argomentato documento con il
quale 70 giudici milanesi hanno posto qualche giorno fa, in modo civile e corretto,
il problema di un sistema penale che si avvita su sé stesso senza produrre
risultati utili in termini di prevenzione generale e speciale. Al riguardo
gli estensori del documento hanno sottolineato l'interazione negativa di tre
problemi fondamentali: la mancata adozione di una legge di amnistia contestuale
all'indulto; l'esistenza di termini di prescrizione dei reati troppo brevi
in relazione ai tempi dei processi; la celebrazione di una moltitudine di dibattimenti
a carico di persone, soprattutto stranieri, di fatto non compiutamente identificate
e comunque irreperibili. Osservazioni legittime, problemi reali.
Vorrei esaminarli con voi uno dopo l'altro.
Permettetemi dunque innanzitutto di indirizzarmi a voi e al Paese per ribadire,
per l'ennesima volta, che indulto e amnistia – che nella storia della
Repubblica non a caso sono sempre stati adottati con lo stesso provvedimento – sono
misure legislative, entrambe riservate a decisioni sovrane del Parlamento,
per le quali è indispensabile la maggioranza qualificata dei due terzi,
ciò che si traduce nel necessario concorso di maggioranza e opposizione.
Una classe politica che non si assume le sue responsabilità dinanzi
al Paese scade nel piccolo cabotaggio della ricerca postuma del consenso basata
sull'occultamento della verità.
Verità che definisce il provvedimento di indulto, votato dal Parlamento
su iniziativa parlamentare, e non del Governo, come un atto necessitato e straordinario,
senza il quale la popolazione carceraria sarebbe ora ben oltre le 70.000 presenze,
cioè a livelli intollerabili, sia in termini di civiltà
del trattamento dei detenuti e delle condizioni di lavoro degli addetti, sia
in termini di sicurezza delle strutture.
Verità che disegna il tema del dimensionamento complessivo del sistema
penitenziario come un problema complesso, non a caso comune alla maggior parte
dei Paesi occidentali. Problema solo nel medio periodo gestibile unicamente
con la costruzione di nuove carceri per decine di migliaia di nuovi posti,
che richiede mezzi finanziari che il Paese deve essere disposto a investire
e tempi necessariamente misurabili in lustri. Problema che nel breve periodo
può essere affrontato solo attraverso l'adozione di provvedimenti legislativi
che, intervenendo in profondità sul sistema penale, evitino l'ingresso
in carcere di una folla di soggetti, spesso stranieri in situazione irregolare,
per periodi brevi o addirittura brevissimi, senza alcun risultato in termini
di sicurezza dei cittadini e prevenzione della recidiva. Interventi legislativi
che permettano di considerare il carcere come ultima ratio. Misura
da applicarsi quando è effettivamente utile per la sicurezza dei cittadini
e la credibilità complessiva del sistema, perché la gravità dei
reati consente di creare la necessaria continuità, in presenza di gravi
indizi di colpevolezza, tra custodia cautelare ed esecuzione della pena definitiva,
che deve essere a quel punto assolutamente certa.
Verità che assume come paradossale addossare al Ministro della giustizia,
al contempo, l'adozione dell'indulto e la non adozione dell'amnistia, allorché entrambi
i provvedimenti esulano dalla sua competenza e richiedono il concorso quasi
unanime del Parlamento.
Sul tema della prescrizione e della riduzione dei tempi dei processi, vorrei
invece garantire al Parlamento che sono all'ascolto di tutte le proposte e
disponibile ad esaminare tutti gli apporti costruttivi. Ma vorrei anche ricordare
ai magistrati milanesi ed al Paese che la funzione del processo non è solo
quella di far eseguire una pena, ma anche quella di accertare fatti e responsabilità,
con tutto ciò che ne consegue in termini di risarcimento del danno arrecato
alle vittime.
Vorrei ricordare che il Governo in questi mesi non è rimasto con le
mani in mano, ma ha messo in campo iniziative legislative precise e coerenti.
Il disegno di legge sull'accelerazione del processo penale contempla una serie
importante di misure deflattive e di semplificazione, tra le altre, più moderni
sistemi di notificazione e un nuovo regime delle nullità. Ma soprattutto,
nello specifico, proprio la previsione di non svolgere, con congelamento dei
tempi di prescrizione, i processi nei confronti di imputati irreperibili.
Vorrei ricordare che nel disegno di legge n. 3241/C inserito su mia proposta
nel cosiddetto
"pacchetto sicurezza", è prevista proprio la revisione della
disciplina della prescrizione quale risulta dalla legge cosiddetta Cirielli,
con introduzione di nuovi criteri di calcolo più compatibili con la
necessità di rendere giustizia, e simultanea neutralizzazione ai fini
prescrittivi dei tempi morti indotti da comportamenti dilatori dell'imputato.
Vorrei ricordare che nel disegno di legge 1877/S è prevista l'istituzione
della banca dati del D.N.A. e che la legge 29 novembre 2007, n. 222, ha finalmente
finanziato, con i primi 20 milioni di euro, la realizzazione del casellario
giudiziario integrato, nel quale confluiranno in tempo reale sentenze di condanna,
dati relativi alle misure cautelari emesse ed ai processi pendenti nei confronti
di ogni singolo soggetto. Tutto ciò consentirà non solo di identificare
compiutamente gli imputati anche quando si nascondano, come attualmente avviene
soprattutto per stranieri in situazione irregolare sul territorio dello Stato,
sotto diversi alias, ma anche di valutarne appieno il profilo criminale
al momento del giudizio e dell'irrogazione della pena. Insomma, si tratta di
sostituire alla faccia feroce per categorie astratte ed alla sostanziale inefficacia
di certe leggi vigenti, la concretezza del recupero di efficienza e di credibilità del
sistema penale, al fine, tra l'altro, di distinguere il loglio dal grano tra
gli stranieri che vivono nel nostro Paese e al nostro Paese apportano, nella
grande maggioranza dei casi, un contributo positivo di integrazione e lavoro.
Altri esempi potrei fare di polemiche che non avrebbero ragion d'essere se
solo l'analisi del
"fatto" e del "da farsi" fosse costruttiva e, soprattutto,
se l'agenda del Paese e del Parlamento desse finalmente alla giustizia la priorità che
merita.
Conoscete le difficoltà che negli ultimi decenni il nostro Paese ha
conosciuto nei rapporti con il Consiglio d'Europa circa l'irragionevole durata
dei nostri processi.
Ebbene, le proposte messe in campo dal Governo, le innovazioni prefigurate
sulla base della rigorosa e non indulgente analisi della realtà, ci
hanno consentito ben altro apprezzamento rispetto al passato, anche recente.
In una lettera indirizzata il 30 ottobre scorso dal Direttore dei diritti
umani e degli affari giuridici del Consiglio d'Europa ad esito di una visita
di valutazione svolta due settimane prima a Roma, si dice testualmente:
"La riunione di Roma ci ha in effetti permesso di misurare la dimensione
del ventaglio di misure proposte, che vanno dalla riforma normativa delle procedure
civile e penale alla riorganizzazione dei tribunali, alle modalità di
reclutamento del personale, all'informatizzazione degli uffici e dei processi,
alla diffusione di buone prassi e l'adozione di misure dissuasive o di conciliazione.
È con grande interesse che abbiamo preso nota del fatto che l'insieme
di tali misure mira al raggiungimento di obiettivi precisi e mirati quanto
alla durata massima dei procedimenti dinanzi alle diverse istanze giudiziarie.
(…) Ho fatto rapporto al Comitato dei ministri, in occasione della sua riunione
annuale consacrata al controllo dell'esecuzione delle decisioni della Corte
(15–17 ottobre), sul contenuto del nostro incontro. Ho sottolineato il
fermo impegno delle autorità italiane, al più alto livello politico,
di risolvere il problema strutturale della lentezza della giustizia, il quale,
come da lei stesso rilevato, tocca, al di là dei diritti individuali
degli utenti della giustizia, il principio dello Stato di diritto, nonché l'efficacia
delle strutture dello Stato e la competitività economica del Paese. È con
soddisfazione che posso assicurarle il sostegno espresso dal Comitato dei Ministri
ai vostri sforzi. Le vostre iniziative testimoniano infatti di una reale volontà politica,
la quale dovrà tradursi in risultati concreti. Manifestamente, e ne
siamo tutti coscienti, ciò richiederà l'investimento di risorse
appropriate."
In definitiva, l'alto consesso europeo giudica pertinenti e credibili le nostre
proposte e ci incoraggia nella loro realizzazione. Si tratta di un riconoscimento
importante per la credibilità
complessiva e per il prestigio del nostro Paese, al quale devono necessariamente
conseguire decisioni politiche coerenti e responsabili.
Dell'accelerazione del processo penale e dei provvedimenti da prendere per
un'incisiva riforma dell'intero sistema, nella prospettiva di un'accresciuta
sicurezza dei cittadini e di un recupero di efficienza delle strutture ho già detto.
Al Senato va avanti il disegno di legge sull'accelerazione del processo civile,
non possiamo permetterci tempi lunghi.
La legge consegnata da pochi giorni all'aula della Camera sull'Ufficio del
processo consente in due anni l'assunzione di 2.800 laureati per le cancellerie
di Corti e Tribunali.
Il disegno di legge sulle intercettazioni telefoniche e ambientali, approvato
dalla Camera, tuttora
è all'esame della Commissione giustizia del Senato.
È venuto il tempo dell'assunzione collettiva di responsabilità.
Nessuno può chiamarsi fuori. La giustizia è asse portante dello
Stato, struttura decisiva per il Paese.
Nell'anno appena trascorso il Governo ha messo in campo un'iniziativa normativa
globale e coerente, all'insegna dell'agibilità e della concretezza.
Il 2008 deve essere allora l'anno della realizzazione, della traduzione delle
proposte in norme, e delle nuove norme in comportamenti virtuosi e responsabili
di tutti gli attori del sistema giustizia.
Per questi interventi garantisco la piena disponibilità, mia e del
Governo, all'ascolto, alla discussione, all'arricchimento della proposta ed
alla sua eventuale modifica, nell'ambito sovrano del confronto parlamentare.
Non accetto però di lasciare incancrenire una situazione di crisi stratificatasi
nei decenni ed alla quale la mia amministrazione sta cercando faticosamente
di rispondere, con quotidiano impegno, in un contesto in cui ogni effettiva
soluzione, in assenza degli opportuni correttivi di sistema, risulterebbe inadeguata
e inefficiente.
Se ciò può servire a vecchi e nuovi conservatori, agli adoratori
dello "status quo", la cui unica ambizione è gridare
alla luna sterili lamenti, tale atteggiamento contrasta con l'interesse generale
del Paese.
Chiedo perciò espressamente – in questa occasione solenne – che
alla giustizia sia riservata una apposita sessione parlamentare, dando priorità all'esame
dei provvedimenti proposti dal Governo.
Assumo senza riserve la gravosa responsabilità politica e morale che
dovesse derivare da un fallimento di quel che propongo. Non posso però accettare
la preventiva dichiarazione di impotenza e di sconfitta insita nel sostanziale
disinteresse, nell'inerzia e nell'immobilismo generati dai veti incrociati
e da sterili e perenni conflitti.
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