RELAZIONE DEL DOTT. MARIO BUFFA,
PRESIDENTE DELLA CORTE DI APPELLO DI ANCONA
26 gennaio 2008
Indice
Introduzione
L'impegno dei giudici nell'attuale momento di crisi…
… e la necessità di generali riforme
La revisione delle circoscrizioni giudiziarie
La situazione degli uffici delle Marche
L'inadeguatezza del sistema giudiziario rispetto alla domanda di sicurezza
Dell'attività delle forze dell'ordine
Gli infortuni sul lavoro
L'inadeguatezza del sistema giudiziario rispetto alla struttura socio economica delle Marche
Le indagini investigative a tutela del mercato
Le riforme attuate e quelle in cantiere
La riforma della magistratura onoraria
L'esecuzione delle pene: il Tribunale di Sorveglianza
I reati contro la pubblica amministrazione
I reati legati alla criminalità organizzata
Delitti politici
La condizione dei minori: gli interventi del Garante regionale per l'infanzia e per l'adolescenza
Il Difensore civico regionale
I minori ed internet
I reati sessuali
Considerazioni finali su temi specifici
I giovani
Eccellenza monsignor arcivescovo, signor Presidente della Regione, signor Presidente della Provincia, signor Sindaco della città, signor Prefetto rappresentante del Governo, onorevoli parlamentari, signor rappresentante del Consiglio Superiore della Magistratura, signor rappresentante dell'on. Ministro della giustizia, autorità militari, religiose e civili, signori rappresentanti del Consiglio nazionale forense e degli Ordini locali, rappresentanti degli enti istituzionali qui convenuti, signore e signori, a tutti voi che ci onorate della vostra presenza porgo un caloroso saluto da parte dei magistrati del distretto ed il più sentito ringraziamento per essere qui con noi: la vostra partecipazione a questa cerimonia è per noi motivo di conforto e di incoraggiamento a proseguire nel nostro difficile compito in una situazione di generale difficoltà per tutte le istituzioni, sicuramente per la magistratura.
Noi magistrati siamo ben consapevoli che abbiamo perduto negli ultimi tempi credibilità e che l'opinione pubblica, la gente, come si preferisce dire oggi quasi per dare fisicità al termine, è portata istintivamente a ritenere noi magistrati responsabili della crisi della giustizia, a cui peraltro tutti sembriamo esserci assuefatti e rassegnati.
Ora io non voglio polemizzare con chi, pochi o molti, porta in ogni caso la sua parte di responsabilità, se non altro per la sua incapacità di far valere, coi mezzi della democrazia, il diritto ad avere una giustizia che funzioni. E sono anzi convinto che anche noi magistrati dobbiamo essere in grado di fare autocritica e abbiamo il dovere di impegnarci, per recuperare su questo terreno, perché il Paese torni a credere in noi e perché noi torniamo a credere nel nostro lavoro.
In questa prospettiva, abbiamo la presunzione di pensare che la vostra partecipazione a questa cerimonia non costituisce soltanto una distratta presenza, che vi è imposta dal vostro ruolo istituzionale, e che invece esprime il bisogno anche personale di capire come stanno veramente le cose.
Lo scorso anno, in questa stessa circostanza, ebbi a rilevare con soddisfazione che la cerimonia si svolgeva in un clima molto diverso rispetto agli anni precedenti, caratterizzati da contestazioni e vere e proprie turbolenze, e azzardai la previsione, sia pure senza farmi troppe illusioni, che vi erano le condizioni per intraprendere un percorso virtuoso con sbocchi sicuramente positivi per il Paese.
E però negli ultimi mesi si sono riaccese le polemiche, in seguito alla pubblicazione di alcune intercettazioni telefoniche già conosciute da tempo e relative ad una nota e grave vicenda, e per il contenuto dell'ordinanza con cui il giudice delle indagini preliminari di Milano ha chiesto al Parlamento l'autorizzazione a disporne la trascrizione, ai fini della loro utilizzabilità processuale, anche eventualmente nei confronti di importanti uomini politici.
Assolutamente a proposito è giunto pertanto ancora una volta l'intervento del Capo dello Stato, che ha chiesto al mondo della politica di abbandonare ogni proposito di delegittimare il potere giudiziario e anzi di collaborare con quanti sono chiamati ad esercitare un controllo di legalità su atti e su comportamenti di centri di decisione pubblici e su singoli soggetti, ed al tempo stesso ha sollecitato dai magistrati "sobrietà e rigore, massimo scrupolo nell'applicazione delle norme, delle procedure e delle garanzie poste dalla legge, in particolare a tutela delle persone".
Nel rivolgere al Capo dello Stato un rispettoso saluto, penso di poter assicurare a nome di tutti i magistrati del distretto l'impegno ad accogliere il suo invito ed a trarre frutto dal suo insegnamento, convinti come siamo che il magistrato deve rifuggire da qualsiasi sterile polemica con gli altri poteri dello Stato ed astenersi da atteggiamenti spettacolari, offrendo di se l'immagine di un giudice competente, equilibrato, indipendente, rispettoso di coloro con i quali viene a contatto, sensibile alle loro esigenze, consapevole delle gravi conseguenze che possono seguire ad una sua iniziativa e perciò anche prudente e non avventato.
L'esperienza dell'anno trascorso non è stata esaltante ma neppure troppo deludente. La nuova maggioranza politica infatti ha dimostrato coi fatti di voler metter mano al problema giustizia e qualcosa ha fatto, poco… molto… certo non quanto era necessario anche soltanto per avviare un processo riformatore della giustizia.
E tuttavia ciò che mi pare di poter affermare è che le carenze di questo processo riformatore appena e timidamente avviato non dipendono da mancanza di volontà politica (il ceto politico parrebbe che abbia preso finalmente coscienza della necessità di occuparsi in modo serio della giustizia –quanto meno sotto il profilo della sua funzionalità– e della pericolosità di quel disegno che puntava semplicemente allo sfascio…) ma semmai, come lucidamente ebbe a prevedere il Presidente della Repubblica, dalle difficoltà della politica, da una situazione in cui il sottile scarto tra maggioranza e opposizione parlamentare ha permesso a quest'ultima di contrastare spesso con successo ed a rendere comunque più difficoltosa –ma senza un comprensibile motivo se non la contrapposizione di parte– ogni iniziativa della maggioranza.
Se la mia voce avesse la possibilità di giungere fuori di questa aula al mondo della politica, oserei esortare tutti ad un approccio con maggiore disponibilità ai problemi della giustizia perché questo oggi esige, lo impone, l'interesse di tutta la collettività.
E il ritorno al rispetto delle regole che sono alla base della civile convivenza, da parte di tutti, la capacità per lo Stato di garantire innanzitutto trasparenza nell'esercizio del potere ed a tutti sicurezza ed un'ordinata convivenza –il che solo un sistema giudiziario efficiente può assicurare– sono l'unica via per resistere alle spinte qualunquistiche che si vanno diffondendo e che, nella generale sfiducia verso le istituzioni, portano al disimpegno, generano incapacità di decidere e di prendere posizione su ciò che è bene e su ciò che invece è sbagliato, inducono a quella che monsignor Menichelli in una sua recente omelia, ha definito, per segnalarne i pericoli, l'etica della dismissione, del chi me lo fa fare, il rifiuto della speranza, che nella Storia ha sempre rappresentato la premessa di periodi di decadenza e della perdita della libertà.
Lo scorso anno, quando la crisi dell'apparato giudiziario sembrò essere giunta ad un punto di rottura; quando sembrò che ci dovessimo quasi fermare perché di lì a poco sarebbe venuta a mancare l'assistenza al sistema informatico e sarebbe stato sospeso il servizio di stenotipia alle udienze, in quanto l'amministrazione non era in grado di pagare alle ditte che ne erano incaricate i corrispettivi dovuti; noi giudici, assieme ai nostri collaboratori cancellieri, pur consapevoli dei limiti delle nostre possibilità e della necessità di interventi a ben altro livello, assumemmo tuttavia l'impegno di fare la nostra parte e di compiere ogni sforzo per tentare di imporre una svolta alla curva discendente di efficienza.
Questo impegno ora noi l'abbiano mantenuto e l'abbiamo potuto mantenere grazie anche al sostegno ed al prezioso consiglio del Procuratore generale dr Dragotto al quale voglio rivolgere un pubblico ringraziamento per averci reso possibile di trarre profitto, in ogni momento, dalla sua esperienza e dalla sua grande capacità di intuire prontamente la giusta soluzione di ogni problema.
Nel decorso anno, come ci eravamo proposti, tutti gli uffici del distretto hanno avuto, dopo anni di rinvio, un assetto tabellare definitivo che ha permesso di organizzare meglio il lavoro nella prospettiva di una maggiore produttività; ciò ha reso possibile in quasi tutti i tribunali di definire nell'anno un numero di procedimenti sia penali che civili quanto meno corrispondente al numero di quelli pervenuti, mantenendo quindi quasi inalterata la pendenza, e questo nel panorama generale è davvero un risultato positivo.
Al Tribunale di Macerata in particolare si è riusciti a mettere in moto, ripartendoli fra i vari giudici del tribunale, fra cui anche i gip, sebbene gravati di altri carichi di lavoro, quei circa 1.500 procedimenti civili che, dopo l'abolizione dei GOA (i giudici onorari aggregati che componevano la c.d. sezione stralcio) erano rimasti fermi ed erano stati all'origine della forte protesta degli avvocati del foro locale.
Presso questa corte di appello abbiamo costituito una sezione promiscua, in cui sono confluiti tutti gli affari, relativi alla materia della famiglia, quelli relativi alla materia commerciale, l'infortunistica, i procedimenti penali afferenti le stesse materie e quelli di più remota iscrizione, alla cui trattazione è stato quindi possibile dare un più sollecito impulso.
Ciò non solo ha permesso la costituzione di un giudice specializzato in queste delicate materie, ma ha consentito anche di programmare un maggior numero di udienze e di avviare a sollecita definizione i procedimenti relativi a sinistri stradali con conseguenze mortali, una vera e propria piaga della nostra società anche marchigiana, a cui è doveroso prestare sul piano giudiziario un'attenzione particolare, nella prospettiva di garantire in tempi relativamente brevi ai superstiti delle vittime, spesso minori privi di qualsiasi mezzo di sussistenza, almeno il ristoro del danno patrimoniale subito.
La sezione civile è stata sdoppiata in due distinti collegi che hanno tenuto udienza in giorni distinti e ciò ha consentito maggiore snellezza nel lavoro, un numero in sostanza doppio di udienze, udienze più ordinate, una maggiore produttività.
Infine nell'ambito della sezione penale sono stati costituiti tre collegi fissi e le udienze per ogni magistrato da otto sono state portare a nove mensili.
Certo… la moltiplicazione dei pani è stata finora un fatto unico e non si può davvero sperare in una miracolosa replica da parte dei giudici.
Se i giudici sono sempre quelli (anzi quest'anno ce n'è uno in meno perché collocato a riposo non è stato ancora sostituito e un altro dalla sezione lavoro è stato trasferito alla Corte di Cassazione e neppure lui è stato ancora sostituito)… sdoppiare i collegi giudicanti… prevedere giorni distinti per le udienze… prevedere qualche udienza in più, può significare razionalizzare l'organizzazione del lavoro, lavorare con più ordine, perdere e far perdere meno tempo e per quel che ne può derivare aumentare la produzione complessiva, ma è evidente che non può risolvere alla radice il problema perché lo stesso giudice, meglio utilizzato nel lavoro, può migliorare la sua produzione, ma non può fare il lavoro di due o addirittura di tre.
I risultati comunque sono stati positivi.
Intanto questa diversa organizzazione della corte è stata apprezzata a quanto mi risulta dagli avvocati, costretti ad attese meno defatiganti alle udienze ed in condizioni di organizzare meglio il loro stesso lavoro. E' stata alla fine anche accettata dal personale di cancelleria, inizialmente diffidente, ma sul cui spirito di sacrificio e sulla cui professionalità sapevo di poter contare.
Poi ci ha permesso di recuperare, rispetto all'anno precedente, una posizione nella graduatoria delle corti di appello –formata in base ai tempi di definizione dei procedimenti– e di non essere più il fanalino di coda come ci è toccato fino all'anno scorso.
Primato negativo –questo– che non dipendeva da particolare nostra inefficienza ma dal fatto che la corte di Ancona, come risulta dal prospetto che è allegato a questa relazione, è fortemente sottodimensionata, avuto riguardo alla popolazione residente ed all'ampiezza del territorio, oltre che alla quantità degli affari, rispetto ad altre corti di appello, sicché forse è venuto il momento di porre il problema sul tappeto per ottenere, attraverso un'azione coordinata della magistratura, degli avvocati e soprattutto delle forze politiche, che devono seriamente farsene carico, un aumento dell'organico e non solo dei magistrati ma anche e soprattutto del personale di cancelleria che, negli ultimi anni, si è sempre più depauperato dal punto di vista quantitativo a seguito di vari pensionamenti.
Essere soddisfatti dei risultati della riorganizzazione dei servizi non significa dunque che i problemi che affliggono gli uffici giudiziari siano stati avviati a soluzione grazie alla nostra buona volontà ed al nostro impegno.
Infatti, come anche lo scorso anno ho segnalato, occorre un generale progetto di riforme che incida in modo innovativo sul rapporto del sistema giustizia con la società e le sue esigenze.
Tornerò su questo argomento poiché sono in cantiere alcune iniziative legislative delle quali peraltro non si riescono ad intravedere gli sviluppi, quanto mai incerti e lontani nel tempo, nella generale situazione di incertezza politica, caratterizzata –come ho già rilevato– da una forte contrapposizione su tutto tra maggioranza ed opposizione parlamentare, chiuse ad ogni dialogo fra loro, nonostante gli autorevoli richiami del Presidente della Repubblica, anche su quei temi, come la giustizia, che senso dello Stato e del bene della collettività dovrebbe portare ad affrontare seriamente una volta per tutte.
Un solo argomento voglio per ora anticipatamente toccare ed è quello della revisione delle circoscrizioni giudiziarie. Un argomento delicatissimo cui solo accennarvi può provocare vivaci proteste da parte delle comunità interessate.
Lo scorso anno, cogliendo le indicazioni che mi venivano da una parte del foro e per la verità senza neppure averci troppo riflettuto, solo a titolo di esempio dissi che la sezione di tribunale di Fabriano avrebbe potuto essere accorpata al tribunale di Camerino: ciò avrebbe permesso da un lato di rinvigorire il Tribunale di Camerino (definitivamente sottraendolo, sia detto per incidens, al pericolo di soppressione), avrebbe legato dall'altra Fabriano ad una realtà giudiziaria meno gravata di problemi rispetto ad Ancona da cui Fabriano oggi dipende.
E però il solo fatto di avere prospettato questa eventualità e sebbene fosse chiaro che si trattava solo di una ipotesi provocò una serie di proteste come se si fosse trattato di un attentato allo Stato, tant'è che l'on. Ministro della giustizia, in visita in quei giorni a Pesaro, certamente più prudente di me, si affrettò a smentire ogni pericolo del genere, esplicitando sinceramente anche le ragioni, per le quali, lui Ministro, di revisione di circoscrizioni giudiziarie non se ne sarebbe neppure parlato (e infatti non se ne parla)…
Cosicché l'unico tentativo che si è fatto di accorpare i due uffici del giudice di pace di San Severino Marche e Camerino, due piccoli uffici che appartengono allo stesso circondario di tribunale, distano l'uno dall'altro pochi chilometri, coprono entrambi una popolazione di meno 50.000 abitanti, è sfumato per le proteste generali. O forse anche perché –e lo dico per sottolineare che forse occorrerebbe maggiore coordinamento nell'azione ministeriale– quel programma si è rivelato inutile una volta che, come di qui a poco dirò, si pensa –e molto opportunamente dal mio punto di vista– di sopprimere gli uffici dei giudici di pace, la cui frammentazione sul territorio comporta un ingiustificato spreco di risorse, per accorparli nei tribunali.
Eppure bisogna ragionevolmente convenire che in tempi in cui si sopprimono, in vista di una più produttiva organizzazione del lavoro, gli uffici periferici del Ministero dell'Economia, si sopprimono o si ridimensionano alcune sedi periferiche della Banca d'Italia, si pensa di sopprimere o di accorpare alcune Prefetture, non è più possibile mantenere in vita alcuni piccoli tribunali, scarsamente produttivi, che assorbono risorse e che comunque proprio per le loro ridotte dimensioni non sono essi stessi in condizioni di funzionare decentemente.
Ora mi rendo conto che alcuni di questi tribunali sono custodi di una antichissima tradizione giuridica e rappresentano per l'economia di una determinata realtà locale qualcosa di molto importante per quel coacervo di interessi che ruota intorno ad una sede giudiziaria. Mi rendo conto che sui possibili sbocchi di un programma del genere si deve attentamente riflettere e che le scelte devono essere fatte con grande oculatezza e serietà ma alla fine una scelta deve essere pur fatta e se alla fine si dovesse decidere che nessun tribunale, per quanto piccolo sia, debba essere soppresso, bisognerà allora fare in modo che questi tribunaletti siano posti in condizioni di funzionare e tentare al tempo stesso di trasformarli in realtà produttive.
Dei vari uffici giudiziari del distretto quella della corte di appello è la situazione più drammatica.
Ai tribunali si è già accennato. Per molti di essi il saldo tra procedimenti sopravvenuti e procedimenti definiti, nel periodo in esame, è stato sostanzialmente alla pari, con un aumento delle pendenze quasi sempre modesto ancorché costante: ciò non toglie –ma è notorio– che anche nei tribunali si registrano ritardi insopportabili nella definizione dei procedimenti con tutto quel che s'è detto e che si può dire sugli effetti negativi di tali ritardi, incompatibili con la rapidità con cui oggi si svolgono i rapporti sociali e tali quindi da costituire casi di vera e propria denegata giustizia.
Ridotta, al Tribunale di Ancona la pendenza del penale, sensibilmente superiore il numero dei procedimenti definiti rispetto a quelli pervenuti (ma potrebbe trattarsi dell'effetto indulto che ancora permane o anche dal fatto che vi era giacente presso quel tribunale un consistente numero di procedimenti provenienti dalle c.d. procurine, soppresse con la riforma del giudice unico di primo grado e dei quali non occorreva fare altro che dichiarare la prescrizione o provvedere all'archiviazione); altrettanto è avvenuto nelle sezioni distaccate nonostante la situazione di criticità che riguarda alcune di esse (Fabriano e Jesi, dove da circa un anno manca un giudice togato); sostanzialmente immutata la situazione del civile; nessun processo in corte di assise…
Buona la situazione dei tribunali di Pesaro, di Urbino, di Fermo e di Camerino.
Ad Ascoli nessuna variazione quanto ai tempi di definizione dei giudizi civili, si registra invece una dilatazione dei tempi di definizione dei processi penali che giunge fino a quattro anni dalla data di iscrizione.
Più seria la situazione del Tribunale di Macerata dove purtroppo da tempo vi sono due posti di giudice scoperti di cui solo prossimamente si potrà avere la copertura. Normalmente i procedimenti penali vengono definiti in quattro anni davanti al collegio (vuol dire a sei sette anni dalla data di commissione del fatto), in due anni davanti al giudice monocratico; vi sono oltre 4.000 cause pendenti e mille vecchio rito della sezione c.d. stralcio (cause che erano già pendenti da anni quando nel 1998 le sezioni stralcio vennero costituite); vi è stato in generale un incremento dei procedimenti speciali e cautelari che rispecchia la crisi della giustizia civile ordinaria.
"Non ho il tempo di aspettare", così si esprime in una lettera al Presidente del Tribunale di Macerata, una signora 85nne interessata ad una causa civile pendente dal 2002 per una vendita immobiliare, dopo avere appreso dal suo avvocato che, per un impedimento del giudice designato a tenere l'udienza, la causa era stata rinviata al 2011. "Spieghi a me e a tanti altri come me come possiamo aiutare lei ed il tribunale ad abbreviare questo tempo per ottenere un giudizio sereno, veritiero, ragionevole".
E io non so cosa potrebbe aver risposto il Presidente di quel Tribunale se non che, forse, quell'udienza si sarebbe dovuta fissare a data più prossima dal momento che il rinvio era dipeso da un impedimento del giudice designato…
Più allarmante è la situazione della corte di appello, caratterizzata non solo da tempi lunghissimi di definizione dei procedimenti ma anche dal numero decisamente superiore dei procedimenti sopravvenuti rispetto a quelli definiti, il che implica un progressivo e costante aumento dei procedimenti pendenti ed una ulteriore ed abnorme dilatazione dei tempi di definizione.
Nel settore penale al primo luglio '06 vi erano pendenti n. 7.012 procedimenti penali; al primo luglio 2007 ne sono pervenuti 1977, 380 in meno di quanti ne erano pervenuti nel periodo precedente (il calo si spiega con l'effetto dell'indulto per cui, a pena condonata, per molti processi non vi è stato interesse a proporre appello), ma sempre superiore alla media degli ultimi anni. Ne sono stati definiti 1729 e cioè 225 in più rispetto al periodo precedente (e non sono pochi!), con un significativo aumento della produzione pro capite, ma in numero comunque inferiore a quelli sopravvenuti sicché il numero dei procedimenti pendenti a fine periodo è aumentato a 7260, dei quali 2 pervenuti nel 1998, 38 nel 1999, 246 nel 2000 e così via.
I tempi di definizione si sono tuttavia accorciati e mentre negli ultimi otto anni era stata dichiarata la prescrizione in 2126 processi, mediamente il 20% dei processi definiti, nel 2006 ne sono stati dichiarati prescritti 245, quest'anno solo 123.
Nel settore civile all'inizio del periodo in esame vi erano 4581 cause civili a cognizione ordinaria (oltre tutta la materia della giurisdizione volontaria); ne sono sopravvenute 1301 e ne sono state esaurite 570; il numero dei procedimenti pendenti è quindi aumentato a 5312. Alla fine del periodo vi erano pendenti n. 3 cause pervenute nel 1997, n. 2 pervenute ne nel 1998, n. 12 nel 1999, n. 11 nel 2000 e così via, relative ovviamene a vicende di molti anni addietro.
Nel settore lavoro all'inizio del periodo vi erano 1672 cause; ne sono sopravvenute 1.278 (a fronte delle 1.181 del periodo precedente) e ne sono state definite 613 (a fronte delle 588 del periodo precedente); la pendenza anche in questo caso è aumentata a 2337, nonostante la maggiore produzione.
Considerato che alla sezione sono addetti in questo momento il presidente e un consigliere (essendo il secondo posto di consigliere scoperto) è facile calcolare quanti anni occorrono per eliminare, con i magistrati attualmente addetti al settore, un numero così elevato di cause, destinato peraltro a crescere di anno in anno.
Le più affidabili statistiche, che sono quelle elaborate dalle forze dell'ordine (e –quelle riguardanti le Marche– sono riportate in appendice a questa relazione), danno conto, nonostante l'impressione generale, di un sostanziale contenimento della criminalità.
Vi è piuttosto un salto di qualità, come ha segnalato la questura di Pesaro nella sua relazione, nel senso che la criminalità è divenuta più invadente e sfacciata e nei casi più gravi più crudele.
I reati commessi alla luce del sole, talvolta davanti a persone impaurite e che non hanno il coraggio di intervenire (quante molestie sessuali ai danni di donne sole si sono verificate nelle metropolitane o negli autobus urbani senza che nessuno sia intervenuto), i furti che trasmodano in rapina, i furti e le rapine in casa, presenti le vittime, in ore notturne ed anche in ville dotate di guardiani e di sistemi di allarme, qualche episodio di violenza di una inaudita gravità (penso a quella povera ragazza che è stata sequestrata e fatta a pezzi sotto Natale) da un giovane insospettabile, come potrebbe essere il nostro vicino di casa, la diffusione della droga con tutto quel che comporta per i suoi effetti criminogeni, il dilagare della prostituzione nei centri abitati e la difficoltà di porre un freno allo sfruttamento di codeste infelici creature ridotte in condizioni di schiavitù, l'utilizzazione –anch'essa alla luce del sole– di minori, spesso bambini, per la commissione di reati, il bullismo che dilaga fra i giovani (che c'è sempre stato ma cui ora è più difficile porre un freno), certi comportamenti di giovani ostentatamente aggressivi e irrispettosi dei valori più elementari (penso a quei giovani che filmano ridendo la loro compagna investita mortalmente dall'autobus da cui era discesa o a quelli che hanno filmato e diffuso via internet scene sessuali in cui erano coinvolte loro compagne o hanno sottoposto a vessazioni, al tempo stesso filmandone le reazioni, il loro giovane compagno invalido) generano smarrimento e bisogno di sicurezza.
A tanto si aggiunge precarietà del lavoro, sfruttamento sul posto di lavoro, esposizione a rischio anche della vita che sono fattori, come ha scritto Ilvo Diamanti, che concorrono ad alimentare le paure dei cittadini così che la società diventa insicura perché l'ambiente in cui vive è insicuro, perché i legami sociali si sono indeboliti, perché le città sono diventate spesso invivibili e sempre meno vissute, perché il territorio si è degradato, perché le persone si sentono vulnerabili ed isolate…
Di qui l'invito del Presidente della Repubblica ai magistrati (CSM del 6.6.07) a "calarsi nella realtà del Paese, facendosi carico delle ansie quotidiane e delle aspettative della collettività, evitando atteggiamenti che appaiono non tener conto a sufficienza delle esigenze di sicurezza generalmente avvertite".
Purtroppo il sistema della giustizia penale si trova ormai da anni in una situazione di crisi di efficienza e di funzionalità talmente drammatica da determinare una crisi del senso e della natura della giustizia penale.
Interventi settoriali affastellati incoerenti e contraddittori che si sono succeduti senza soluzione di continuità negli anni hanno trasformato il processo penale in un mostro privo di senso nel quale si sommano inefficacia, ingiustizia, irrazionalità.
Non è più differibile un intervento di sistema che ridefinisca la struttura del sistema penale attraverso un disegno organico di riforma che operi non solo sul versante sostanziale e su quello processuale ma anche in materia di ordinamento e di organizzazione delle macchina giudiziaria, a cominciare dalla ridefinizione delle circoscrizioni giudiziarie non più differibile a fronte dell'entrata in vigore dell'ordinamento giudiziario.
Occorrono soluzioni in grado di superare le attuali iniquità della giustizia penale date da un assetto normativo che alimenta sanzioni assai miti o prescrizione per fatti gravi sul versante ad esempio della criminalità economica e dei reati contro la pubblica amministrazione, sol perché commessi da incensurati abbienti e quindi in grado di difendersi dal e nel processo, e pene severissime per reati di limitata entità in quanto frutto dei comportamenti dei devianti marginali (in particolare in materia di stupefacenti ed immigrazione).
A questa domanda di sicurezza (che non è solo domanda di tranquillità sociale) e che il sistema giudiziario è in grado di soddisfare solo in parte, una diversa e più efficace risposta possono dare per fortuna le forze dell'ordine solo che la loro azione, di cui si da conto nei dati statistici allegati alla relazione, spesso è vanificata dal sistema giudiziario nella cui inefficienza tutto si disperde.
Per quanto riguarda le Marche Carabinieri e Polizia riescono ad esercitare sul territorio un capillare controllo.
Riferisce il generale Curatoli nella sua relazione alla Festa dell'Arma che nelle Marche in media i carabinieri assicurano quasi quattrocento pattuglie al giorno delle quali la grande maggioranza sono distaccate dalle Stazioni. Non è possibile quantificare numericamente i reati sventati in ragione di questa costante e concreta presenza sul territorio, tuttavia essa costituisce una consistente ed imprescindibile cornice di sicurezza che consente di realizzare un'adeguata attività di prevenzione. Inoltre sul piano del contrasto alla criminalità, la capillare diffusione sul territorio permette all'Arma di perseguire quasi il 70% dei reati perpetrati nella Regione e di operare quasi l'80 per cento degli arresti e delle denunce a piede libero.
Una brillante operazione dei carabinieri del Noe ha portato all'individuazione di un quantitativo veramente ingente di rifiuti tossici smaltiti illegalmente fra il 2003 e il 2005 nelle Marche, con un profitto illecito di 5 milioni di euro: 11 persone sono state arrestate, 135 indagate, 70 le aziende coinvolte: l'ampiezza dell'operazione dimostra quanto sia esteso il problema e quindi deve indurci ad intensificare la lotta contro i crimini ambientali. Mentre al sud l'ecomafia si occupa di rifiuti urbani, al centro nord è molto attiva la criminalità organizzata che produce arricchimento enorme ai suoi adepti grazie al commercio dei rifiuti industriali. Scarti di lavorazioni industriali classificati come rifiuti speciali, fanghi industriali, bitume, amianto, vernici ed altri materiali pericolosi per la salute venivano avviati in discariche o impianti non autorizzati dopo un semplice lavaggio con acqua, con bolle di accompagnamento falsificate relativa a materiali di recupero industriali già trattati; presso i caselli autostradali la bolla veniva sostituita con altra relativa a rifiuti urbani.
L'illegalità ambientale è un comparto che per la sua importanza interessa soggetti che presentano collegamenti con la criminalità organizzata. Ad essa pertanto è stata dedicata attenzione particolare anche da parte della Guardia di Finanza con ripetuti controlli alle aziende che direttamente o indirettamente producono rifiuti o emissioni inquinanti o che intervengono nella gestione dei primi. Dall'esperienza operativa acquisita è emerso come i rilevanti interessi finanziari, connessi al fenomeno degli illeciti ambientali, abbiano destato l'attenzione dei sodalizi organizzati, anche di tipo mafioso, comportando un deciso ampliamento del relativo scenario criminale. In particolare –ma mi riferisco alle regioni inquinate purtroppo dal fenomeno mafioso– sono stati registrati caso di intimidazioni nei confronti dell'imprenditoria e delle pubbliche autorità, riciclaggio dei proventi illeciti, massiccia evasione fiscale ed internazionalizzazione delle stesse strategie criminali.
Sono da segnalare in questo settore anche i frequenti interventi della Guardia Costiera con risultati veramente notevoli per la tutela dei beni ambientali che hanno permesso di scoprire e contrastare attività di smaltimento di rifiuti tossici su aree demaniali, scarico abusivo di reflui in mare, abusive occupazioni di aree demaniali.
Con altra brillante operazione sono stati recuperati dai carabinieri un migliaio di preziosi reperti e denunciate sedici persone. L'attività investigativa ha interessato l'intero territorio marchigiano ed ha permesso la individuazione di una serie di soggetti, i cosiddetti tombaroli, dediti alla sistematica ricerca di reperti archeologici prevalentemente riconducibili alle antiche popolazioni picene; individuati anche i canali di smistamento dei beni archeologici trafugati e di un primo livello di ricettatori costituito da quei soggetti che a scopo di lucro commerciano in reperti archeologici, nonché di un secondo livello costituito da quei soggetti spesso insospettabili che, in spregio alle norme di tutela, acquistano reperti archeologici di illecita provenienza per arricchire le loro collezioni. Sono stati recuperati reperti archeologici in ceramica di tipo cratere, anfore, oinochoe, skiphos, lekane, kylix, rhyton, aryballos di varie dimensioni e stili; oltre 700 monete in oro argento e bronzo di diverse epoche e conio; oltre 400 oggetti di bronzo tra cui statuette raffiguranti Minerva combattente ed Eracle, monili e fibule; una testa marmorea di divinità femminile probabilmente identificabile con Afrodite, 25 punte di frecce in selce, 20 reperti fossili; reperti ora esposti al museo archeologico di Ancona.
La Guardia di Finanza nell'esecuzione delle proprie funzioni di polizia comunitaria espressamente affidatele dalla legge, ha svolto una capillare azione antifrode a tutela dei fondi a carico del bilancio dell'Unione Europea e delle corrispondenti quote di cofinanziamento poste a carico dello Stato, delle Regioni e degli altri enti locali. Tale specifica attività si è concentrata soprattutto nella verifica del corretto utilizzo dei finanziamenti a sostegno dell'agricoltura, nonché di quelli erogati a sostegno dei sistemi d'istruzione, della formazione e l'occupazione, della riconversione economica e sociale delle zone con difficoltà strutturali. Oltre alla salvaguardia delle risorse finanziarie pubbliche, la presenza ispettiva nel comparto si è posto l'importante obiettivo, da un lato, di impedire deviazioni e perdite nette di ricchezza destinata allo sviluppo del Paese, dall'altro di sottrarre alla criminalità economica ingenti disponibilità finanziarie che verrebbero, altrimenti, reimpiegate in finalità illecite.
Un'intensa attività investigativa del nucleo di polizia tributaria di Ancona ha portato alla scoperta di un'associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari nel settore della commercializzazione di autoveicoli di provenienza comunitaria. L'operazione denominata Golden Cars ha interessato numerosi paesi europei ed ha consentito la ricostruzione sia del sistema di frode utilizzato (c.d. Frode Carosello, che prevede l'esecuzione di operazioni commerciali intracomunitarie a catena con la fittizia interposizione di una o più società di comodo nazionali prive di reale struttura ed operatività) sia dell'intera struttura organizzativa posta in essere dal sodalizio criminoso. A conclusione dell'operazione sono state eseguite quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere di cui tre con mandato di arresto europeo; sono state riscontrate commercializzazioni illecite per un valore complessivo di circa cento milioni di euro con una evasione IVA di circa venti milioni di euro.
In materia di frodi alimentari si segnala un'operazione All Toy del gruppo di Ancona nel corso della quale è stata individuata un'associazione dedita all'importazione ed alla successiva illecita immissione in commercio sul territorio nazionale di generi alimentari scaduti e prodotti di vario genere di origine cinese non conformi alle normative vigenti.
Il servizio si è concluso con la denuncia all'autorità giudiziaria di cinque persone e il sequestro di 35 tonnellate di alimenti, 14.000 paia di scarpe di illecita provenienza e un enorme quantitativo di altri prodotti non conformi alla normativa CEE.
Le indagini di polizia giudiziaria nel settore valutario svolte dal nucleo di polizia tributaria di Ancona nei confronti di società ed imprese operanti nel circuito Money Transfer, prima nel territorio della provincia di Ancona poi estese a tutto il territorio nazionale, hanno portato all'accertamento di numerosi casi di abusivismo finanziario e alla denuncia di 431 responsabili di "locations" abusive. E' plausibile l'ipotesi, oggetto ancora di verifiche investigative, che con i money transfer abusivi si è finanziato anche il narcotraffico con il sud America. Infatti benché nelle Marche vi siano pochissimi immigrati colombiani, da Ancona è partito un flusso enorme di danaro verso il paese dei cartelli della coca.
Con l'operazione Conte Ugolino la Squadra Mobile di Macerata in collaborazione con quella di Ancona ha sgominato una banda legata alla ‘ndrangheta calabrese che operava nel campo della droga e delle estorsioni mentre l'operazione Tetrix della Squadra Mobile di Ascoli ha portato all'arresto di 19 persone di cui 14 straniere e al sequestro di rilevate quantitativo di droga.
Non è stata da meno la Squadra mobile di Ancona che a conclusione dell'operazione Trans Villane ha denunciato all'autorità giudiziaria dodici persone tutte straniere la cui attività era finalizzata all'ingresso, al favoreggiamento dell'immigrazione irregolare ed ha smantellato una struttura che nell'arco di tre anni aveva procurato l'ingresso di circa 500 brasiliani soprattutto transessuali tutti destinati alla prostituzione.
Ma la principale e più preziosa attività della Polizia anconetana diretta dal questore Iacobone si svolge soprattutto –e senza indulgere ad effetti spettacolari– nel campo della prevenzione.
Cinzia Nicolini anconetana, commissario capo della sezione volanti, è una delle venti donne poliziotto premiate al Quirinale per essersi distinta nella lotta al racket della prostituzione: un'attività di recupero e di prevenzione molto più utile dell'attività repressiva pura e semplice, che non rientra nelle statistiche giudiziarie, ma non per questo è meno meritoria…
Vera e propria emergenza nazionale rispetto alla quale il sistema giudiziario dimostra purtroppo ancora una volta la sua inadeguatezza è costituita dalla piaga degli infortuni sul lavoro.
Costano ogni anno tre punti di PIL, 35 miliardi di euro. E sono sempre i più deboli a pagare e spesso con la vita, per lo più immigrati, i precari, gli atipici, in genere lavoratori non garantiti, quelli assunti in nero o casualmente assunti il giorno della loro morte che hanno visto aumenti record degli incidenti con punte del 19%, in un paese dove due aziende su tre non sono in regola, dove diminuiscono gli infortuni, ma cresce il numero delle vittime (1302 nel 2006, 28 più dell'anno prima). Mentre nel decorso anno si è proceduto alla media di quasi tre infortuni mortali al giorno ed è stata già superata da tempo la soglia di mille.
Contro la piaga delle morti bianche ci vuole, è il monito del Presidente della Repubblica, "un costante livello di attenzione e un forte impegno civile per diffondere la più ampia consapevolezza della gravità del fenomeno", un'azione di lungo periodo, una buona legge e anche una "santa alleanza" e in questo senso –assicura il ministro Damiano all'indomani dell'approvazione da parte della Camera dei Deputati del nuovo testo unico– ci stiamo già muovendo: nei primi sei mesi del 2007 quasi due aziende su tre sono risultate irregolari in base ai nostri controlli ispettivi. Nello stesso periodo sono state controllate 162 mila aziende e ne sono risultate irregolari più di centomila. E ancora: circa 130.000 sono risultati i lavoratori irregolari, mentre quelli totalmente in nero sono stati 67 mila.
Ma non è solo nel settore del lavoro non garantito che le morti bianche colpiscono: anche nella grande industria –dove peraltro proliferano a dismisura le malattie professionali– si verificano e neppure di tanto in tanto vere e proprie stragi.
E' quanto è avvenuto di recente nello stabilimento delle acciaierie Thyssen–Krupp di cui era stata già programmata da tempo la chiusura e che intanto continuavano ad operare in condizioni di totale mancanza di sicurezza; in una grande fabbrica dove c'è un sindacato forte e rappresentativo, in una città a grande tradizione industriale in cui i controlli pubblici avvengono con regolarità, ma restano lettera morta se è vero che di recente la Tyssen era stata raggiunta da 35 prescrizioni che non si sa che seguito hanno avuto.
La verità è che il sistema di prevenzione e protezione, pur normativamente assai articolato ed esteso (a cominciare dalle norme del D.P.R. n. 547/55, fino alle più recenti norme introdotte in attuazione di direttive comunitarie) non ha un sufficiente livello di "effettività" atteso che la sua efficacia è assai ridotta rispetto alle sue dichiarate finalità, che sono appunto quelle concrete di protezione dei soggetti esposti a rischio e di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali collegate a quel rischio. E' necessario allora cercare di comprendere le ragioni di questa ridotta effettività, denunciata dal numero sempre altissimo di infortuni, che notoriamente colpiscono più marcatamente alcuni settori produttivi (edilizia, agricoltura ad esempio), alcuni tipi di imprese e luoghi di lavoro (imprese medio–piccole, piccole, piccolissime) e alcune situazioni riguardanti la natura stessa del rapporto di lavoro, essendo assai frequenti infortuni che riguardano lavoratori in nero (all'interno della quale categoria si individuano particolari ed ovvi problemi per i lavoratori addirittura clandestini, ma anche lavoratori svolgenti attività in forme nuove di rapporto di lavoro ed in casi di "frammentazione" dell'attività lavorativa).
La prima riflessione che si impone è allora che in Italia vi è un sistema di prevenzione e di controllo fatto per non funzionare, con troppi agenti deputati che non parlano tra loro, non interagiscono, non rispondono a nessuno.
A Livorno, città della Toscana con il maggior numero di morti per amianto, fino all'anno scorso non era iscritto un solo processo per questa tipologia di malattie professionali. A Siracusa la direttrice della locale ASL è intervenuta nel dibattito per dire che non si dà peso sufficiente alla norma contenuta nell'art. 5 del d.lvo 626, che prescrive una serie di obblighi per i lavoratori (come dire, si fanno male per colpa loro e poi pure si lamentano...).
Per quel che riguarda il sistema giudiziario, è solo affidata alla buona volontà del singolo sostituto l'iniziativa di stabilire un canale di coordinamento con ispettorati e con le ASL, mentre di regola ognuno agisce per sé. E solo in qualche ufficio per lo più di grosse dimensioni si riesce a cogliere la gravità del fenomeno e si favorisce la specializzazione nella costituzione di gruppi di lavoro mentre ciò non avviene normalmente negli uffici di medio–piccole dimensioni.
Di ciò è necessario che tengano conto, nella predisposizione dei loro progetti organizzativi, le Procure della Repubblica ma anche gli uffici giudicanti, che nelle loro tabelle di organizzazione dovrebbero prevedere la costituzione di organi specializzati, quanto mai necessari in questa materia.
E' innegabile infatti la necessità di una crescita della formazione dei magistrati in queste materie, necessità di una loro forte specializzazione, sia dei pubblici ministeri che dei giudici; necessità di moduli organizzativi che riguardino sia le procure che gli organi giudicanti, per valorizzare le specializzazioni stesse ed insieme per garantire celerità ed efficacia dell'intervento, anche per scongiurare prescrizione dei reati; necessità di un più proficuo rapporto con gli organi di vigilanza, onde assicurare omogeneità di intervento, anche alla luce di frequenti difficoltà interpretative, che atti generali di interpretazione e/o moduli operativi generali dovrebbero ridurre al minimo; necessità di un migliore coordinamento da parte dei pubblici ministeri delle indagini in materia di infortuni e malattie professionali, anche al fine di assicurare il coordinamento tra organi tecnici di vigilanza e forze generali di polizia giudiziaria, per evitare dispersioni di prove, duplicazioni, errori procedurali e il giusto rapporto tra le competenze degli uni e delle altre; necessità di un approccio nuovo e diverso alle indagini in taluni ambiti ove il fatto infortunistico si collega al tema del lavoro nero, del caporalato e delle collegate condotte illecite, onde far emergere ciò che spesso è necessariamente implicito in esse: aziende gestite irregolarmente, falsi in bilancio, violazioni fiscali, condotte che per poter essere individuate e represse richiedono l'utilizzazione di strumenti investigativi più incisivi e penetranti, e il ricorso ad indagini specializzate della Guardia di Finanza.
Nelle Marche il problema si presenta particolarmente grave.
Nel triennio 98–2000, secondo gli indici Inail di frequenza degli infortuni, le Marche erano la seconda regione come negatività del dato dopo l'Umbria. Nel triennio 2002–2004 si è collocata invece al settimo posto, un miglioramento certo soddisfacente, ma che non toglie che gli indicatori risultano largamente superiori alla media nazionale di per sé già molto alta.
Ma a livello di enti territoriali –almeno qui nelle Marche– un processo virtuoso ormai si è avviato.
La Regione Marche, infatti è stata una delle prime in Italia a porre la questione sicurezza e salute dei lavoratori tra gli impegni principali di governo. Un apposito provvedimento legislativo è in via di approvazione che si inserisce in un legislazione regionale particolarmente attenta al problema e disciplina gli oneri relativi al piano di sicurezza, specificando che devono essere evidenziati nei bandi di gara e che non sono soggetti a ribassi. Con lo stesso provvedimento vengono precisate inoltre attività, compiti e responsabilità connesse alla "progettazione della sicurezza", con particolare riferimento alla stima dei relativi costi; vengono precisate attività, compiti e responsabilità connesse alla "realizzazione dei lavori in sicurezza, con particolare riferimento alla contabilizzazione, liquidazione e pagamento dei relativi costi; viene stabilito che i costi della sicurezza sono i costi relativi alle procedure, apprestamenti ed attrezzature prescritti dal piano della sicurezza e sono costituiti dai costi della sicurezza inclusi nei prezzi unitari di progetto (appositamente definiti) e dai costi della sicurezza aggiuntiva ai prezzi unitari (appositamente definiti) di progetto; viene stabilito che tutti i costi della sicurezza (inclusa ed aggiuntiva) non sono soggetti ai ribassi offerti dall'imprenditore; viene stabilito l'obbligo di inserire nei contratti di affidamento dei lavori le cosiddette "clausole sociali", che prevedono che qualunque violazione sia unita con detrazioni o sospensioni del pagamento.
La proposta di legge ne prevede l'applicazione ai lavori pubblici di interesse regionale (appositamente definiti) e (limitatamente agli aspetti fondamentali della stima e della contabilità) anche ai lavori privati.
Ma i sindacati non sono ancora soddisfatti: per i sindacati occorrono innanzitutto più operatori nei servizi di prevenzione negli ambienti di lavoro, considerato che il 17% di questi è a tempo determinato e che per ogni operatore ci sono 907 unità produttive da controllare e 3797 lavoratori (47 gli infortuni denunciati. I sindacati chiedono che su questi temi vi sia un "atteggiamento quotidiano e programmato" e non si ragioni in termini di emergenza.
D'altra parte se è vero che la dinamica infortunistica con le correlate violazioni delle norme antinfortunistiche colpisce alcuni specifici ambiti, allora il problema è fortemente collegato alla capacità degli stessi lavoratori e dei loro rappresentanti (rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, figura prevista dal decr. leg.vo 626/94) anche sindacali (a tenore dello stesso Statuto dei Lavoratori) di controllare ed esigere, nel momento che più conta –cioè quello della quotidianità dell'esposizione a rischio– l'attuazione delle norme, in un momento decisivo appunto per la loro effettività, visto che ove ci sia l'intervento degli organi di vigilanza e poi della magistratura, è forse troppo tardi rispetto alla tutela effettiva. Ma il lavoratore precario, irregolare o anche quello solo "flessibile" che aspetta il rinnovo del rapporto ad esempio; o quello che ne aspetta la stabilizzazione, ha la capacità di esigere ciò? E cosa accade nei rapporti di lavoro nuovi, oggetto di frammentazione del rischio, come quelli ove si registra un ricorso sistematico all'appalto, per "esternalizzare" attività e dunque rischi?
Meritevole di segnalazione è l'attività del Servizio ispettivo della Direzione Provinciale del Lavoro di Macerata che ha partecipato a due campagne nazionali in edilizia ed in agricoltura rispettivamente denominate "10.000 cantieri" e "coccinelle" e i cui risultati sono riportati nelle allegate tabelle.
Anche l'Università di Ancona facoltà di Economia, nella prospettiva di una sensibilizzazione al problema di tutti gli operatori del settore, ha dedicato al tema un seminario di studio, al quale questa corte ha partecipato con una sua rappresentanza, nell'ambito del progetto di ricerca, commissionato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per l'assistenza alle pubbliche amministrazioni per la prevenzione degli infortuni sul lavoro.
Altra importante iniziativa, per la sensibilizzazione al problema e la diffusione delle conoscenze, è stato il convegno organizzato dal Comune di Santa Vittoria in Matenano nell'ottobre scorso.
Per ultimo anche il Consiglio Provinciale di Ancona ha approvato all'unanimità una mozione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro con cui si promuove un'azione di verifica ed approfondimento sulle condizioni dei luoghi di lavoro. L'obiettivo è dar vita ad un miglior coordinamento nella sfera dei controlli e nell'applicazione delle sanzioni, ma anche promuovere la prevenzione, l'informazione e la formazione dei lavoratori e delle imprese.
Il sistema giudiziario appena descritto risulta pure del tutto inadeguato al confronto con la struttura socio economica delle Marche, che al contrario presenta di sé un'immagine fortemente positiva.
In base ai dati della relazione della Banca d'Italia, nel 2006 l'economia delle Marche è tornata a crescere; il prodotto regionale è salito del 2,2% ad un ritmo superiore alla media nazionale dell'1,9; nonostante qualche segnale di rallentamento il clima di fiducia delle imprese resta su valori elevati; la ripresa ha coinvolto tutte le principali industrie regionali (meccanica, calzature, mobili); la nautica ha prolungato una fase di netta espansione in atto da alcuni anni. Le esportazioni sono cresciute dell'11,2%. Il processo di accumulazione del capitale fisso si è riavviato anche oltre i piani che le imprese avevano formulato all'inizio dell'anno. La produzione dell'edilizia privata abitativa è tornata a crescere; sono anche aumentati il volume degli scambi nel mercato immobiliare e le vendite di beni durevoli per uso domestico ed autoveicoli. Anche il terziario ha beneficiato di una ripresa della domanda; in questo settore l'occupazione è cresciuta del 4,3%; l'occupazione in genere nelle Marche è cresciuta del 2%; sono tornati a crescere gli arrivi e le presenze dei turisti.
La qualità del credito è rimasta elevata; il tasso di ingresso in sofferenza è sceso nel complesso all'1%. Le ore di Cassa integrazione guadagni concesse nelle Marche sono invece diminuite del 22,3%.
E' stato autorevolmente osservato dal Governatore della Banca d'Italia che lo sviluppo economico deve poter fare affidamento su rapporti giuridici certi e tutelati: risulta dunque evidente che un sistema giudiziario inadeguato può avere ricadute fortemente negative sull'economia e costituire un freno all'ulteriore sviluppo o addirittura pregiudicare il mantenimento del livello raggiunto. E' pertanto incomprensibile che le forze economiche e sociali solo marginalmente si siano occupate del problema giustizia e si siano in un certo senso rassegnate ad un sistema che palesemente non è in grado di garantire legalità nei rapporti giuridici.
La stabilità del mercato ed il mantenimento del tasso di sviluppo possono essere compromessi da alcuni fenomeni presenti anche nelle Marche:
- vi è da denunciare innanzitutto l'esistenza di ampie sacche di lavoro in nero, che consente forme di grave sfruttamento della persona del lavoratore, privato anche in futuro di ogni forma di tutela, e rende possibili collegamenti più o meno occulti tra il mondo delle imprese e la criminalità organizzata che molto spesso controlla questo tipo di offerta di lavoro, con il rischio di un inquinamento lento ma costante delle attività economiche: anche l'ANCE (Associazione dei Costruttori Edili) è d'accordo che il lavoro nero si traduce in meno sicurezza e in concorrenza sleale tra le imprese perché danneggia le imprese virtuose e avvantaggia quelle irregolari;
- l'anomalia –tutta italiana– del fenomeno della evasione e delle frodi tributarie su vasta scala che altera a favore dei disonesti le condizioni del mercato, consente l'accumulo di capitali di origine illecita e finisce col costituire un forte richiamo per la criminalità organizzata;
- la scarsa attenzione quindi per il rischio di infiltrazioni, in un tessuto economico sano, della criminalità organizzata;
- la assai diffusa violazione delle norme antinfortunistiche e l'elevato numero di infortuni mortali oltre al proliferare delle malattie professionali.
A questo tipo di problemi, certo, non è solo il sistema giudiziario che deve dare una risposta, tanto più che la risposta del sistema giudiziario, quand'anche fosse –e purtroppo non lo è mai– tempestiva interverrebbe sempre e soltanto quando il danno è già fatto. Sicché, come in tante occasioni non ha trascurato di raccomandare il prefetto D'Onofrio, è l'azione preventiva che va privilegiata piuttosto che quella repressiva.
Vero è anche però che della repressione non si può fare a meno in quanto la repressione assolve essa stessa una funzione di prevenzione e che soprattutto in questo settore il sistema giudiziario risulta inadeguato e, a fronte di diligenti e complesse indagini delle forze dell'ordine, spesso non riesce a raggiungere risultati coerenti e non appare in grado di imporre, attraverso la sanzione dei comportamenti devianti, il rispetto delle regole.
Non è un caso che nelle statistiche giudiziarie questa tipologia di reati è scarsamente presente mentre, come si è detto, assai complessa è stata l'attività d'indagine delle forze dell'ordine.
Nel corso del periodo in esame, gli accertamenti della Guardia di Finanza, in tema di economia sommersa (oltre le verifiche fiscali che hanno riguardato le dichiarazioni dei contribuenti), ha portato alla individuazione di 735 lavoratori irregolari, 1109 lavoratori in nero, 311 evasori totali, con un'evasione dell'IVA accertata di 49.522.327 euro (la più elevata negli ultimi dieci anni e maggiore del 64% di quella constatata nel 2005) e una base imponibile sottratta al fisco di euro 175.463.004 euro. Una particolare attenzione è stata dedicata ai fenomeni evasivi di natura fraudolenta, alle forme elusive collegate ad aspetti di pianificazione fiscale internazionale, nonché al contrasto all'evasione nel settore immobiliare ed agli illeciti legati alla fruizione ed alla richiesta di rimborsi o compensazione di crediti IVA.
Nella provincia di Macerata 16 verifiche fiscali hanno consentito di individuare nell'ambito di una frode c.d. "carosello" n. 4 imprese filtro (che cioè hanno emesso fatture per operazioni inesistenti: di regola si tratta di società sconosciute al fisco ovvero che, pur contabilizzando le fatture fittizie, di fatto evadono l'IVA nel senso che o non la versano al fisco –facendo affidamento sulla propria insolvibilità– o trovano il modo di compensarla con altre operazioni fittizie); 9 imprese che hanno contabilizzato le fatture fittizie ottenendo un credito di imposta non spettante; 2 società che hanno operato in veste di evasore totale; una società estero–vestita con sede fittizia nella Repubblica Slovacca, ma operante nel territorio nazionale; elementi positivi di reddito non dichiarati euro 27.218.000; elementi negativi di reddito non deducibili euro 10.997.000; fatture per operazioni inesistenti euro 19.245.000, utilizzo fatture per operazioni inesistenti euro 13.676.000.
Anche l'azione della Agenzia delle entrate di contrasto all'evasione tributaria ha segnato un'ulteriore accelerazione. Nel 2006 il 98,2% dei controlli sono andati a segno ed è migliorata la qualità degli accertamenti, con una crescita del 48% delle somme riscosse ed un incremento del 39% degli incassi legati alle definizioni con adesione dei contribuenti, dato quest'ultimo che segnala una minore necessità di ricorrere alla riscossione coattiva ed al contenzioso e ciò perché –come spiega il direttore regionale Sangermano– gli accertamenti sono divenuti più convincenti. Il risultato: 295 milioni di euro di maggiore imposta accertata e recuperata con un aumento del 17 % rispetto a quella accertata nel 2005; 270 lavoratori irregolari scoperti.
Intensa è stata anche l'attività della Guardia di Finanza intesa a contrastare la contraffazione dei marchi di fabbrica e la violazione dei diritti di proprietà intellettuale, condotte illecite dove sempre più spesso si annidano interessi ed ingerenze della criminalità organizzata e che rappresentano una seria minaccia per l'intero sistema economico, industriale e sociale del nostro Paese. Infatti pur senza trascurare i danni che tali fenomeni possono causare all'erario, alle industrie ed alla salute dei consumatori, è ragionevole ritenere che essi determinino anche un impoverimento dell'offerta di prodotti dell'intelletto e, più in generale, un disincentivo all'innovazione, ponendo un'ipoteca sulla competitività dei sistemi produttivi interessati. Una tutela adeguata ed effettiva della proprietà intellettuale contribuisce pertanto a consolidare fiducia nel mercato da parte di imprese, inventori e creatori e costituisce un forte incentivo all'investimento, al progresso economico, al mantenimento di un mercato concorrenziale, nonché a contrastare i fenomeni della concorrenza sleale dei Paesi emergenti, delle contraffazioni e delle importazioni illegali di merci a costi irrisori e a scarso valore aggiunto.
Certamente apprezzabile –per la sua capacità di garantire la corretta circolazione dei titoli di credito ed effettività alle sanzioni prefettizie che con la riforma del 1999 hanno sostituito le sanzioni penali in tema di emissione di assegni bancari senza autorizzazione o senza provvista– è la costituzione da parte della Banca d'Italia di un archivio informatizzato degli assegni bancari e postali e delle carte di pagamento irregolari –c.d. Centrale di Allarme Interbancaria e la c.d. revoca di sistema –che, conseguendo in modo automatico all'accertamento dell'illecito, può prescindere dal protesto dell'assegno, non richiede alcun preventivo vaglio in sede giudiziale ed amministrativa ed anticipa l'eventuale adozione dei provvedimenti sanzionatori prefettizi.
Per quanto riguarda infine i pericoli di infiltrazioni della criminalità organizzata e per i danni che ne possono derivare all'economia mi limito a rinviare alla pregevole analisi del fenomeno compiuta nel corso di una conferenza tenuta a Senigallia dal gen. Fabrizio Cuneo che evidenzia i caratteri nuovi assunti dalla criminalità organizzata e i nuovi campi d'azione. Se ne riassumono qui di seguito i tratti più salienti:
I vecchi metodi delinquenziali sono ormai abbandonati dalla criminalità organizzata che si presenta con una veste di rispettabilità che la rende irriconoscibile e le permette di concludere senza rischi eccessivi i propri lucrosi affari.
L'usura ed il racket sono fenomeni tradizionalmente vicini ai rischi di infiltrazione di capitali illeciti o di attività illecite nell'economia legale anche se nell'ultimo periodo è possibile estrapolare delle caratteristiche differenti dell'usura e del racket rispetto al recente passato. Infatti sempre più spesso i due comportamenti non sono posti in essere allo scopo di far ottenere un determinato beneficio o profitto a chi li pratica ma di permettere alle organizzazioni criminali di rilevare, soprattutto attraverso l'usura, l'impresa stessa. In sostanza mediante un prestito che non viene restituito l'usuraio entra nella gestione dell'impresa, sottraendola così alle decisioni dell'imprenditore che solo formalmente ne rimane titolare.
L'usura è dunque la via che permette l'infiltrazione della criminalità organizzata nella gestione legale delle imprese.
I settori economici potenzialmente più a rischio sono quello immobiliare, finanziario, agricolo, dei servizi alle imprese, dell'import export e della grande distribuzione con riferimento agli ipermercati.
La disponibilità di liquidità rilevanti che derivano dallo svolgimento di precedenti attività illecite permette di acquisire senza difficoltà società che operano in un determinato contesto sociale tendenzialmente in crisi ma, una volta rilevata l'impresa con la possibilità di sfruttare una veste di rispettabilità acquisita, non si rinuncia al tradizionale modus operandi e quindi alla commissione di quei reati che per la loro minore visibilità suscitano minore allarme nell'opinione pubblica e purtroppo anche scarsa attenzione talvolta da parte delle autorità che dovrebbero accertarli e reprimerli: penso per esempio all'emissione di fatture false che, a parte la possibilità di inserirsi in meccanismi di frode al fisco, anch'essi purtroppo di difficile accertamento, e quindi di conseguire un utile illecito, si prestano comunque ad essere utilizzate per ottenere da parte degli istituti bancari l'apertura di linee di credito.
Queste società che già operano in condizioni di vantaggio in quanto utilizzano capitali di origine illecita e quindi a costo zero sono in grado, mettendo per esempio in commercio beni a prezzi sensibilmente inferiori a quelli che possono essere praticati dalle altre imprese presenti sul mercato, di creare a queste ultime serie difficoltà fino a metterle in crisi e ad estrometterle dal mercato, riuscendo così in breve tempo a conseguire una vera e propria posizione di monopolio che permette a questo punto di controllare il mercato e di aumentare i prezzi a danno questa volta della generalità dei consumatori. Sempre che non si preferisca, creando società che sono vere e proprie scatole cinesi, delle quali è sempre più difficile verificare la effettiva consistenza patrimoniale ed individuare la effettiva titolarità, di scegliere la via del fallimento con danno economico dei creditori: operazione di tal fatta –delle quali spesso non si coglie neppure la effettiva natura e neppure si sospetta l'intenzionalità del dissesto economico– costituiscono una grave turbativa del mercato e soprattutto per le imprese sane costrette a competere con imprese che operano con mezzi illegali e proprio per questo vincenti.
Nelle Marche e nella provincia di Ancona non vi sono indicatori di situazioni sospette: soprattutto appare limitato il numero dei fallimenti se rapportato al numero delle imprese attive e sono anche rare le segnalazioni da parte del sistema bancario delle operazioni sospette.
Come ho anticipato la nuova maggioranza parlamentare ha avviato una serie di riforme, che non toccano ancora se non marginalmente il diritto sostanziale, e sono dirette a razionalizzare le procedure ed a contrastare alcune forme di abuso del processo.
In questa direzione e per quanto riguarda il penale si iscrivono tra le altre: la nuova disciplina della risoluzione preventiva delle questioni di competenza, che mira ad evitare che i relativi vizi, se mai rilevati o eccepiti, possano pregiudicare processi spesso già pervenuti alla sentenza di secondo grado; alcune più efficienti modalità di notificazione degli atti; lo snellimento delle procedure in tema di indagini preliminari, di archiviazione e di riti alternativi.
Una valutazione favorevole è possibile anche con riferimento alle preannunziate modifiche in tema di contumacia che affrontano finalmente in maniera non irrazionale e non estemporanea le questioni poste dalle numerose sentenze di condanna della Corte Europea dei diritti dell'uomo nei confronti dell'Italia e la ricaduta di tali pronunce sui recenti orientamenti della Corte di Cassazione: al fine di evitare processi inutili (spesso con spese) lo svolgimento del processo viene subordinato alla effettiva conoscenza dello stesso da parte dell'imputato, altrimenti deve essere sospeso.
Tuttavia il c.d. pacchetto sicurezza approvato dal governo all'insegna dello slogan della tolleranza zero, nel suo insieme, lascia insoddisfatti, specie per quanto riguarda quelle disposizioni contenute in decreto legge finalizzate a rendere concretamente possibile e tempestiva l'espulsione dal territorio nazionale di cittadini comunitari (per gli extracomunitari, che non godono della stessa libertà di movimento, ci sono già altre leggi) che non diano sufficienti garanzie di vivere onestamente essendo privi di mezzi di sostentamento.
Il citato pacchetto (il collegato decreto legge, per le forti contrapposizioni che ha suscitato fra le forze politiche, non ha superato l'iter parlamentare ma subito dopo è stato riproposto si può dire tale e quale) costituisce in definitiva un intervento di impostazione emergenziale, fortemente condizionato da enfatizzazione mediatica di problemi ed esigenze solo in parte reali, incentrato su un massiccio uso della custodia carceraria e su inasprimenti di pena sproporzionati e incoerenti col quadro dei valori penalmente presidiati, come risulta evidente dalla comparazione tra i vari precetti penalmente sanzionati che, nel loro insieme, dovrebbero individuare la tavola e la scala dei valori di un ordinamento.
La modifica dell'art. 275 terzo comma c.p.p. è una delle disposizioni più dirompenti del criterio liberale della custodia in carcere come ultima ratio. Si estende la presunzione di necessaria applicazione della custodia in carcere ad una fascia amplissima di reati. Si allarga enormemente l'ambito applicativo di una disciplina che pone severi limiti alla discrezionalità del giudice nella scelta della misura adeguata e proporzionale alla concreta gravità del fatto (in qualche modo si torna al regime del vecchio mandato di cattura obbligatorio).
E' agevole pronosticare che, se sarà trasformato in legge l'insieme degli interventi proposti (inasprimenti di pene, ampliamento della custodia carceraria obbligatoria, limitazione della legge Simeone Saraceni), in brevissimo tempo si produrrà un insostenibile aumento della popolazione carceraria, al quale com'è noto si è inteso porre rimedio recentemente con la concessione dell'indulto..
E' preoccupante per contro che, sotto la spinta di contingenti emergenze, non venga tenuta in attenta considerazione la diffusa ed empirica constatazione che le detenzioni brevi e l'eccesso di custodia cautelare risultano produttive di spinte alla reiterazione criminale ben maggiori di quelle conseguenti alle misure alternative alla detenzione.
Anche il prof. Coppi giudica negativamente il pacchetto rilevando che "il problema non sono le pene. Il codice penale prevede pene anche molto severe per chi commette reati contro la persona. Il problema è altrove. Sarebbe necessario che le pene venissero scontate. Andrebbero allargati i casi del giudizio per direttissima; dovrebbero essere celebrati i processi e soprattutto andrebbero riviste le valutazioni sulla capacità a delinquere prima di procedere alla concessione di benefici ai detenuti che stiano scontando pene per reati contro la persona."
Radicalmente negativo è infine il giudizio delle Camere Penali che nel loro convegno dell'8.11.07 denunciano come, sia nel recente decreto legge sulle espulsioni sia nelle restanti parti del pacchetto sicurezza, siano contemplate disposizioni assolutamente inaccettabili, in particolare quelle che limitano la libertà personale, la presunzione di innocenza, il diritto di difesa in determinati processi secondo la logica del doppio binario, il patrocinio dei non abbienti e contemplano al tempo stesso l'ampliamento delle misure di prevenzione di derivazione illiberale, la valutazione della personalità del reo sulla base delle veline di polizia anche ai fini dell'emissione di misure cautelari, la presunzione della necessità delle custodia cautelare in carcere per nuovi e numerosi titoli di reato, l'immediata esecutività degli appelli del pubblico ministero accolti dal Tribunale della libertà, l'utilizzo incontrollato del giudizio immediato per ottenere una giustizia frettolosa ed esemplare, l'aggravamento ingiustificato e sproporzionato di sanzioni detentive per taluni reati…
Sostengono gli avvocati che "la questione sicurezza" prospettata alla pubblica opinione con lo slogan demagogico della c.d. tolleranza zero è stata sollevata e "cavalcata" in modo strumentale dalle forze politiche; che ancora una volta risuonano gli slogan della riduzione delle garanzie processuali, del doppio binario processuale, delle limitazioni al diritto di difesa nei processi di criminalità, della modifica o abolizione della legge Gozzini (dimenticandone dolosamente la funzione di efficace strumento di recupero sociale), della previsione della reclusione e dell'abolizione del patrocinio per i non abbienti per taluni reati ed imputati. Osservano al contrario gli avvocati che i fenomeni delinquenziali si combattono con una presenza forte ed efficace delle istituzioni, degli organi di polizia investigativa e di prevenzione, con l'uso intelligente delle strutture del potere esecutivo sul territorio ma senza perdere, allorché dalla prevenzione e dall'investigazione si passi all'accertamento processuale delle responsabilità, le garanzie dello stato di diritto nella valutazione della prova e nell'accertamento della responsabilità penale, senza intaccare la presunzione di innocenza del cittadino e quanto alla legge Gozzini ricordano che essa è anche statisticamente il baluardo del principio di rieducazione della pena costituzionalmente sancito e che grazie agli istituti in essa previsti decine di migliaia di persone in questi anni sono state recuperate al consesso civile: rappresenta una volgare mistificazione l'enfatizzazione di un pur grave episodio o di un eventuale errore di un magistrato per farne derivare una campagna politica autoritaria diretta a sopprimere elementari principi di civiltà giuridica.
Infine, secondo gli avvocati, le norme sull'allontanamento dei cittadini comunitari dal territorio dello Stato violano i principi costituzionali laddove: individuano in maniera assolutamente generica e dunque in contrasto col principio di tassatività di cui all'art. 13 terzo comma costituzione,"i motivi imperativi di pubblica sicurezza"; legittimano una compressione del bene primario della libertà personale in ragione di comportamenti tenuti da soggetti diversi, in particolare i familiari, del soggetto destinatario del provvedimento; eludono il necessario controllo giurisdizionale dei provvedimenti amministrativi adottati in caso di rientro o di permanenza sul territorio nazionale del cittadino comunitario allontanato; attribuiscono irragionevolmente la competenza in materia di convalida dei provvedimenti di allontanamento ad un'autorità giudiziaria istituzionalmente destinata alla composizione bonaria di controversie fra privati (il giudice di pace)", aspetto quest'ultimo rettificato nell'ultima versione del decreto.
L' Ordinamento giudiziario entrato in vigore con le modifiche alla legge Castelli apportate dalla nuova maggioranza non è quello che avremmo voluto e non è l'ordinamento giudiziario conforme alla costituzione prefigurato dalla settima disposizione transitoria. Il nuovo statuto dei magistrati se da un lato ha evitato alcuni effetti dirompenti in tema di c.d. concorsificio, di rigida separazione delle carriere, di illeciti disciplinari e di Scuola della Magistratura, dall'altro ha lasciato inalterate alcune deleterie scelte adottate dal ministro Castelli.
Veri e propri dissesti organizzativi saranno prodotti dall'attuazione di nuovi meccanismi introdotti che comporteranno una ingestibile rigidità nella mobilità dei magistrati, in primo luogo col divieto assoluto di assegnazione dei magistrati di prima nomina alle funzioni inquirenti ed a quelle monocratiche giudicanti penali, con la prospettiva di lunghe scoperture delle sedi disagiate e l'attivazione del meccanismo del trasferimento di ufficio che mai nel passato ha consentito una reale soluzione dei problemi.
Sarà necessario che il CSM eserciti seriamente i più frequenti controlli di professionalità distinguendo i meritevoli dagli incapaci nel quadro di una seria selezione negativa. Sarà necessario evitare il prevalere di logiche di protezione che nel passato hanno spesso impedito all'autogoverno di esercitare un ruolo di effettiva verifica della professionalità dei magistrati.
La temporaneità degli uffici direttivi e semidirettivi dovrà costituire effettiva verifica delle modalità con cui è stata svolta tale funzione sia sotto il profilo della tutela dell'autonomia ed indipendenza dei magistrati dell'ufficio che dell'efficienza dell'azione dello stesso ufficio diretta alla maggiore tutela possibile dei diritti, rifuggendo da un'ottica meramente quantitativa.
La previsione di valutazioni di professionalità aventi periodicità quadriennale – collocata in esordio del nuovo art. 11 del decreto n. 160 del 5 aprile 2006 – dovrebbe sgombrare il campo da ogni polemica sulla progressione "automatica" dei magistrati, ponendo in evidenza che, al contrario, la professionalità dei magistrati, nei suoi diversi profili, è oggetto di reiterati ed approfonditi controlli durante l'intero arco della loro vita professionale .
In vari atti consiliari è stato superato, inoltre e con equilibrio, un antico tabù – nato dal timore di giudizi ideologici sul merito delle decisioni del magistrato – che precludeva l'analisi e la valutazione concreta dei provvedimenti giudiziari nei pareri resi sui magistrati dai capi degli uffici e dai Consigli giudiziari. E in questa direzione il Consiglio Giudiziario di Ancona, in occasione delle varie valutazioni di professionalità, già da tempo opera con equilibrato rigore.
E' un fatto che compiacenze ed indulgenze verso "pochi" magistrati improduttivi, inadeguati, neghittosi, hanno spesso fatto pagare un prezzo assai alto in termini di credibilità ai "molti" magistrati che lavorano con straordinaria dedizione e capacità.
Se non si supera realmente il punto debole, l'anello che non tiene nel sistema di selezione negativa dei magistrati e se l'autogoverno non si dimostra in grado di attuare una effettiva selezione negativa (allontanando dal compito di giudicare quei magistrati che per diverse ragioni non sono più in grado di garantire uno standard accettabile di professionalità) si apre una falla nella quale possono fare irruzioni le soluzioni più negative e mortificanti in tema di controllo sulla professionalità dei magistrati.
In tanto dal 27 gennaio di quest'anno in tutti gli uffici giudiziari del distretto gli attuali dirigenti cesseranno dalle loro funzioni e resteranno in attesa di una diversa destinazione. Il CSM sta procedendo rapidamente alle nuove nomine ed è auspicabile che ciò avvenga al più presto ad evitare che gli uffici restino per un periodo più o meno lungo senza direzione. Ma sarà necessario –perché la temporaneità degli uffici direttivi che tutti abbiamo voluto produca effetti positivi e non si risolva in un puro e semplice scambio di ufficio, che in definitiva porterebbe solo disordine e niente più– che in tale occasione, prima di conferire un nuovo ufficio direttivo, il CSM verifichi col massimo rigore come le funzioni direttive precedentemente assegnate siano state svolte e se dunque l'aspirante ad un nuovo ufficio direttivo dia le necessarie garanzie, specie ora che è stata eliminata tra i parametri di valutazione l'anzianità di servizio per valorizzare le attitudini e la dimostrata capacità organizzativa.
La istituzione dell'ufficio del processo (non più l'ufficio del giudice come finora si era detto: ma in Italia spesso le riforme sono fatte di parole…), la riorganizzazione funzionale dei dipendenti dall'Amministrazione giudiziaria e nuove norme in materia di notificazione ed esecuzione di atti giudiziari, nonché registrazione di provvedimenti giudiziari in materia civile, costituiscono oggetto di un disegno di legge approvato dal Consiglio dei Ministri il 23 maggio scorso.
Da lungo tempo la riorganizzazione dei servizi di cancelleria e di segreteria giudiziaria è stata indicata quale priorità di intervento, profondamente legata all'esigenza di incrementare l'efficienza e ridurre i tempi della giustizia… nella convinzione che i problemi principali del processo vadano individuati principalmente nella carenza e nella cattiva organizzazione delle risorse di cui la giustizia dispone.
Nel disegno di legge in esame trova finalmente riconoscimento la richiesta di prevedere normativamente la possibilità di un ausilio all'attività di decisione spettante al giudice, fermo il fatto che l'apporto fondamentale in tale direzione non può che provenire da un personale amministrativo opportunamente qualificato e motivato (come pure previsto nel disegno di legge).
Lo strumento del tirocinio (praticanti avvocati, dottori di ricerca, tirocinanti delle scuole di specializzazione per le professioni legali), in sé apprezzabile e positivo, appare non essere sufficiente ad offrire un supporto adeguatamente qualificato al lavoro del giudice, poiché la legge da un lato limita drasticamente la durata dell'esperienza, dall'altra non pone regole precise per il reclutamento e per la verifica del grado di professionalità e di cultura possedute dal tirocinante.
Come si è già rilevato dal CSM l'effetto più frequente della combinazione di queste due limitazioni determinerà che il lavoro necessario al giudice per affinare le capacità e le doti culturali del tirocinante al fine di metterlo in grado di assisterlo adeguatamente prenderà un tempo pressoché coincidente con l'intera durata del tirocinio; di modo che lo stagista sarà in grado di offrire un vero apporto al momento di terminare l'esperienza, con sicuro giovamento per la sua formazione professionale, ma con scarso beneficio per l'attività giudiziaria e per il lavoro del magistrato.
Meglio sarebbe stato forse ipotizzare un ausilio della magistratura onoraria (ma non è in questa direzione che si pone il progetto di riforma che dovrebbe essere varato in questi giorni), utilizzandone l'apporto non in funzione di sostituzione e di supplenza al giudice ed alle carenze dell'organico, ma in un ruolo inedito di affiancamento, collaborazione ed assistenza al giudice mediante lo studio delle questioni di fatto e di diritto, la cura di ricerche giurisprudenziali e dottrinali, la redazione di schemi di motivazione e di minute, nell'ambito di un rapporto di stretta contiguità al giudice che consenta di mantenere il completo controllo e la piena ed esclusiva responsabilità della decisione in capo al magistrato, secondo un modello del tutto assimilabile a quello ipotizzato dal legislatore per il tirocinante.
E' sicuramente apprezzabile la normazione del progetto governativo dedicata al reperimento delle risorse finanziarie e in particolare alla riqualificazione del personale amministrativo, nonché alle nuove assunzioni di specifiche figure professionali per le funzioni di assistenza alla giurisdizione che costituiscono gli elementi essenziali per un ufficio del processo adeguato alle necessità del servizio giustizia.
Il disegno di legge in esame prevede inoltre l'obbligatorietà a decorrere dal 30.6.2010 delle forme del processo telematico disciplinate dal dpr 13.2.01 n. 123.
A tal fine l'art. 7 del disegno di legge attribuisce al Governo delega legislativa al fine di riordinare, in vista del processo telematico, la normativa sulle comunicazioni e notificazioni, la disciplina relativa alle modalità di conferimento della procura alle liti, le disposizioni relative alla riscossione del ruolo giudiziario per il recupero delle spese processuali, delle spese di mantenimento, delle pene e delle sanzioni amministrative pecuniarie e delle sanzioni pecuniarie processuali.
Oltre all'impegno economico considerevole per la dotazione strumentale e per la formazione del personale amministrativo, la riuscita del processo telematico e l'effettivo contributo deflativo che ci si attende da esso impone uno sforzo sul piano della cultura informatica all'interno degli uffici giudiziari e sul piano dell'organizzazione del lavoro individuale del giudice non sempre compatibile con le nuove tecnologie.
Quanto al personale giudiziario la rideterminazione delle piante organiche (in cui saranno ampliate in particolare l'area C e le qualifiche B3 e B2) e lo sblocco della ricollocazione del personale consentirà l'apertura di un circuito virtuoso che permetterà prima la progressione professionale, poi la graduale copertura degli organici utilizzando la mobilità interna alla Pubblica Amministrazione. In tal modo sarà possibile riprendere una sia pur moderata mobilità interna, tornando a interpelli periodici per i trasferimenti del personale (che si spera di poter attuare già nei prossimi mesi), e risolvere, sia pure in tempi non brevi, le drammatiche scoperture di organico da cui sono afflitti molti uffici giudiziari. (circolare Castelli 9.3.07)
Si profila dunque finalmente la possibilità di rendere giustizia al personale giudiziario l'unico finora inspiegabilmente escluso, fra il personale statale, dalla riqualificazione e dalla progressione funzionale, laddove si tratta di personale fortemente impegnato e con un ruolo essenziale per il sistema giustizia, sul quale è necessario poter fare affidamento se si vuole garantire efficienza al sistema e al quale dunque è necessario destinare particolari incentivi non solo di natura economica, ma anche in termini di sviluppo di carriera.
Nel corso del presente anno poi dovrebbe trovare piena attuazione il decreto legislativo 25 luglio 2006 n. 240 che da un lato valorizza il ruolo dei dirigenti amministrativi e dall'altro introduce un decentramento del Ministero della giustizia trasferendo talune funzioni decisionali, specie in materia di organizzazione giudiziaria, ad organi periferici denominati "direzioni generali regionali o interregionali" il cui ambito di attribuzioni, sotto il profilo territoriale, è individuato su base regionale.
Con la Circolare ministeriale 31 ottobre 2006 è stata disciplinata la prima applicazione del decreto legislativo affidando ai dirigenti amministrativi la gestione del personale giudiziario (ma qui ad Ancona abbiamo anticipato i tempi con un provvedimento di delega adottato da chi scrive) e quest'anno dovrebbe trovare piena attuazione l'attribuzione della ulteriore competenza in tema di gestione delle risorse nell'ambito del programma annualmente predisposto (anche in questa materia peraltro, se tarderanno le disposizioni dal centro, penso di adottare un provvedimento di delega interna, nei limiti consentiti dalla disciplina relativa al c.d. funzionario delegato alla spesa).
Allo stato quindi solo elementi parziali del decreto legislativo sono stati attuati, ma a breve dovrebbe essere emanato il regolamento attuativo, proposto dal Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione e con il Ministro dell'economia e delle finanze, col quale verranno definiti le funzioni ed i compiti inerenti alle diverse aree funzionali con conseguente revisione della organizzazione del Ministero della giustizia.
D'altro canto attualmente si risente della scarsa presenza di dirigenti amministrativi dovuta all'amplissima scopertura di organico.
E' comunque motivo di soddisfazione verificare come il ruolo del dirigente amministrativo sia sempre più apprezzato dai capi degli uffici giudiziari e come il clima di separatezza e, talvolta, di conflitto tra magistrati titolari dell'ufficio e dirigenti amministrativi sia sempre più in fase di superamento.
Con la progettata riforma del processo civile si rendono più espliciti i poteri direttivi del giudice in funzione dell'attuazione in concreto dei principio del giusto processo e della sua durata ragionevole, eliminando ad esempio l'automatismo nella concessione dei termini di cui all'art. 183 sesto comma c.p.c.; vengono nel contempo rafforzati i principi del contraddittorio e del giusto processo con una più puntuale disciplina della rappresentanza sostanziale, con una più ampia formulazione della disciplina sulla rimessione in termini, con la valorizzazione del principio di non contestazione e con il divieto per il giudice di adottare decisioni di "terza via", prevedendo che il giudice non possa porre alla base della decisione questioni non previamente sottoposte al contraddittorio delle parti; si recupera la centralità dell'interrogatorio libero delle parti e si introduce la previsione –già anticipata nei protocolli elaborati di diversi Osservatori– della programmazione del calendario del processo di concerto con le parti.
Viene così valorizzato in prima battuta il ruolo del giudice nella determinazione dei tempi del processo e nel contempo se ne afferma la responsabilità in ordine al rispetto dei termini assegnati con il calendario da questi determinato e all'interno di limiti massimi previsti dalla legge (in primo grado due anni, salvo gravi motivi).
Su questo punto, che appare l'intervento politicamente più rilevante del disegno di legge, va osservato che il riconoscimento in capo al giudice di un potere organizzativo circa i tempi del processo, fuori da schemi rigidi prestabiliti, in relazione alla tipologia del contenzioso, è sicuramente un aspetto da apprezzare; per contro la previsione di tempi massimi rigidi per la definizione dei procedimenti rischia di apparire un mero strumento di pressione nei confronti del giudice, piuttosto che uno strumento concreto di accelerazione del processo, se non viene accompagnata da interventi strutturali che consentano il miglioramento del sistema giustizia… La responsabilità del rispetto dei tempi del processo esige poi, per avere concrete possibilità di successo, un sistema di coordinamento organizzativo a livello di ogni ufficio e di programmazione che responsabilizzi in primo luogo i capi degli uffici stessi.
Il disegno di legge lascia tuttavia ancora insoddisfatte diverse esigenze di miglioramento della disciplina processuale con riguardo ad esempio alla materia delle comunicazioni e notificazioni; alla riforma del diritto delle prove, che costituisce un nodo centrale del giusto processo ed al quale il disegno di legge ha dedicato solo una marginale previsione sulle dichiarazioni testimoniali scritte; al giudizio di appello ed a quello di cassazione (a proposito del quale occorre por mano ad una riforma complessiva ed organicamente mirata del sistema delle impugnazioni). E' indispensabile in particolare una più ampia generalizzazione dell'appello ed una più rigorosa previsione della tipicità dei motivi di impugnazione, in funzione di filtro rispetto allo stesso giudizio di cassazione, ma è anche necessaria una serie di "misure di sostegno" quali in particolare l'abolizione della collegialità necessaria nella fase preparatoria e nell'assunzione dei mezzi di prova, la possibilità di decisione in forma monocratica, almeno per determinate tipologie di controversie, l'introduzione di meccanismi di decisione semplificata (come la sentenza ex art 281 sexies c.p.c.) e di appositi filtri interni a ciascun ufficio al fine di bloccare i gravami inammissibili ed improcedibili.
Forti perplessità esistono poi sulla proposta di un aumento della competenza per valore del giudice di pace, così accentuato come quello previsto dal disegno di legge, che appare introdotto senza alcuna preventiva analisi circa l'impatto di una simile rilevante modificazione. Si tratta di una scelta "emergenziale" che, mentre lascia irrisolti i problemi di funzionalità complessiva del sistema e quelli specifici legati al riassetto non più rinviabile della magistratura onoraria, rischia da una parte di innescare a catena nuove spinte rivendicative ed ulteriori istanze di stabilizzazione e dall'altra di accentuare l'insofferenza del mondo forense per la magistratura onoraria, fino a determinare vere e proprie reazioni di rigetto.
La previsione contenuta nell'art. 152 bis disp. att. c.p.c. di un termine di durata del processo di due anni in primo grado, di due anni in appello e di un anno in cassazione, se costituisce un giusto richiamo alla responsabilizzazione del giudice per la gestione efficace e corretta del processo, rischia anche nell'attuale contesto di carenze sul piano delle risorse e degli strumenti di gestione (si pensi al ritardo nell'attuazione del processo telematico) di restare una vuota declamazione ed insieme di privilegiare il puro e semplice smaltimento dei fascicoli rispetto alla qualità della risposta giudiziaria, con gravi ripercussioni anche sul processo di appello.
Il recupero della funzionalità della giustizia civile deve essere coltivato anche attraverso le buone prassi condivise da tutti gli operatori della giustizia, valorizzando e diffondendo la positiva esperienza degli Osservatori, poiché è anche su questo terreno che si gioca la scommessa di una giustizia moderna efficiente, dinamicamente rivolta alla tutela dei diritti di tutti e nei confronti di tutti senza distinzione.
Non sempre il foro ha accolto con favore il disegno di legge in esame.
Gli avvocati di Pesaro per esempio, nel corso di un convegno appositamente organizzato all'indomani dell'approvazione del disegno di legge, hanno espresso un giudizio complessivamente negativo: la norma che maggiormente dovrebbe sorprendere per la sua irrazionalità è quella che introduce il capo IV titolo terzo delle disposizioni di attuazione: il nuovo art. 152 bis disp. att. c.p.c affida infatti al giudice il compito di assicurare "che la durata del processo non ecceda il termine di due anni in primo grado, di due anni in appello e di un anno nel giudizio di legittimità".
Tuttavia tale previsione di legge è –per gli avvocati– destinata a restare lettera morta, oltre che per la manifesta impossibilità di applicazione per le note carenze di organico, anche per effetto del secondo comma che potrebbe essere definita una norma di salvataggio: i termini potranno essere superati nei processi di particolare complessità avuto riguardo al numero delle parti, all'oggetto della causa, ovvero alla natura delle questioni tecnico giuridico da affrontare.
Secondo gli avvocati di Pesaro la riforma comprimerebbe poi oltre ogni misura l'esercizio del diritto di difesa con la riduzione dei termini processuali per le parti (è prevista l'abbreviazione del periodo di sospensione feriale dei termini processuali accorciato al 31 agosto) e non apporterebbe vantaggi sostanziali; verrebbe applicata ai giudizi instaurati dopo il 1.1.08, ma alcuni articolati verrebbero ugualmente applicati alle cause già pendenti in primo grado alla data dell'entrata in vigore della legge: se venisse malauguratamente approvata questa ennesima riforma –dicono gli avvocati– bisognerà fare attenzione al numero di ruolo della causa e porsi di volta in volta la domanda di quale rito applicare e munirsi di quattro diversi codici di procedura….
L'aumento della competenza per valore del giudice di pace lascia irrisolti i problemi di funzionalità complessiva del sistema e quelli legati al riassetto non più rinviabile della magistratura onoraria: occorre porre fine alla politica dello struzzo che attraverso proroghe negli incarichi, differimenti delle norme che imponevano da tempo di porre mano al riassetto, introduzione di sempre nuove forme di utilizzo dei magistrati onorari, continua a perpetuare la logica dell'emergenza ed a guardare alla magistratura onoraria non come ad una risorsa destinata a rispondere a specifici bisogni di giustizia, ma come ad una semplice ruota di scorta della magistratura in funzione di smaltimento degli affari.
Il Ministro della giustizia aveva preannunziato la presentazione di un disegno di legge, nel quale sarebbero stati previsti controlli più incisivi sull'attività svolta dal magistrato, mediante un articolato sistema di verifiche periodiche della professionalità volto ad accertare tra l'altro che l'esercizio delle funzioni giurisdizionali avvenga nel pieno rispetto delle regole di deontologia.
Secondo le associazioni di categoria dei giudici di pace la riforma è indispensabile per assicurare efficienza all'intera funzione giudiziaria, dare un'ulteriore accelerazione ai processi e mettere la categoria in condizioni di far fronte alle nuove competenze che si intendono assegnare; forti perplessità venivano peraltro espresse nei riguardi del provvedimento elaborato dal sottosegretario Scotti che secondo i giudici di pace, conterrebbe proposte riduttive, parziali e peggiorative dell'attuale disciplina sulla continuità del rapporto ed una ingiustificata discriminazione dei giudici di pace pure dai giudici tributari, laddove si afferma che il rapporto dei giudici di pace non è un rapporto di pubblico impiego ma di servizio onorario e nega quella che è una condizione oggettiva del giudice di pace quale lavoratore subordinato.
Improvvisa è giunta in questi giorni la notizia della presentazione di un articolato provvedimento (poi in realtà rinviata a tempi migliori dopo lo sciopero dei giudici di pace che rivendicano una più netta stabilizzazione e sostanzialmente la trasformazione dell'incarico onorario in rapporto di lavoro) che innova completamente la disciplina della magistratura onoraria, la cui filosofia di fondo è del tutto dissonante dall'elaborazione (tutt'altro che marginale) sviluppatasi nel corso degli ultimi anni da parte della magistratura associata.
Sostanzialmente la riforma risolve alla radice il problema della magistratura onoraria, procedendo puramente e semplicemente, ad onta di specifiche previsioni costituzionali, alla sua parziale incorporazione.
Il disegno di legge preannunziato si sviluppa infatti attraverso il seguente percorso:
- soppressione delle funzioni e degli uffici del giudice di pace e creazione di una figura unica di magistrato onorario di primo grado composta da 7.100 unità, inserita negli uffici giudiziari senza preposizioni apicali autonome in funzione di coordinamento e con maggiore possibilità di utilizzazione rispetto agli attuali limiti, amplificando il concetto di "impedimento" ex art. 43 ordin. giudiz. alla situazione del magistrato ordinario che abbia un carico di lavoro eccedente le media nazionale e con previsione di utilizzabilità anche per la sostituzione nel collegio di magistrati ordinari;
- trasformazione degli uffici circondariali del giudice di pace in sedi decentrate del tribunale destinate alla trattazione di parte del contenzioso dell'ufficio di primo grado;
- ampliamento delle competenze sia civili che penali dei magistrati onorari giudicanti;
- creazione della figura del sostituto procuratore onorario con compiti più ampi rispetto a quelli attualmente attribuiti al vice procuratore onorario;
- sostanziale stabilizzazione degli attuali giudici di pace nelle nuove funzioni di magistrato onorario di primo grado, per cui sono previste possibilità di reiterate conferme nell'incarico (previa valutazione di professionalità e mobilità a periodicità ottennale), mentre per gli attuali giudici onorari di tribunale, azzerato il precedente periodo di funzioni, è prevista la possibilità di svolgimento dell'attività per altri dodici anni;
- modifica del sistema di reclutamento e formazione iniziale della magistratura onoraria;
- incompatibilità distrettuale per il mutamento delle funzioni onorarie da giudicanti a requirenti e viceversa;
- parziale estensione ai magistrati onorari del sistema disciplinare previsto per i magistrati ordinari;
- retribuzione in forma mista con compenso fisso ad udienza ed a cottimo in base ai procedimenti definiti col limite massimo annuo di euro 74.000,00;
- previsione di disposizioni straordinarie preordinate all'eliminazione del carico arretrato con riguardo ai procedimenti civili e penali pendenti al 30.6.07 da attribuirsi esclusivamente ai giudici onorari (di nuovo le famigerate sezioni stralcio, estese questa volta anche al penale);
- previsione di una valutazione straordinaria di professionalità demandata al CSM estesa a tutti i magistrati onorari in servizio entro due anni dell'entrata in vigore della legge.
E' troppo presto per formulare valutazioni: quello che è certo è che, quando e se questa riforma entrerà a regime, una vera e propria valanga di lavoro, per intuitive ragioni, si abbatterà sulle corti di appello che sono oggi, come ho all'inizio affermato gli uffici giudiziari in situazione di maggiore criticità e per le quali per ora nulla si prevede… Ciononostante personalmente sono favorevole ad una riforma di questo tipo, poiché la frammentazione eccessiva sul territorio degli uffici del giudice di pace assorbe troppe risorse che potrebbero essere meglio utilizzate, sicché è venuto il momento di eliminare questi uffici che tra l'altro –salvo alcune eccezioni come potrebbe essere per il distretto di Ancona– hanno operato al di fuori di qualsiasi effettivo controllo e hanno suscitato nel foro forte diffidenza. Né mi preoccupa più di tanto la richiesta di stabilizzazione del rapporto di servizio ed anzi la giudico un fatto positivo, per creare un legame più penetrante tra il magistrato onorario e l'amministrazione, posto che oggi non è più possibile concepire l'attività giurisdizionale sia pure affidata a magistrato onorario come attività aggiuntiva rispetto a quella lavorativa principale che verrebbe inevitabilmente privilegiata.
La situazione delle carceri, dopo lo sfollamento prodotto dall'indulto, è sensibilmente migliorata: alla data del 5.8.07 risultano presenti negli istituti di custodia delle Marche 783 detenuti (ne erano stati scarcerati per l'indulto 264 di cui 129 stranieri).
Permangono comunque i problemi di sempre; il lavoro all'esterno negli istituti di pena del distretto continua ad essere assolutamente carente; quello, pure assai limitato (per mancanza di valide proposte operative imprenditoriali esterne), che viene svolto all'interno dell'istituto, assegnato con criteri non sempre oggettivi, resta fonte più di dissapori fra detenuti che idonea attività di riscatto personale e sociale.
Le innovazioni introdotte con la legge 19.12.02 n. 277 che ha attribuito alla competenza del magistrato di sorveglianza il giudizio sulle istanze di liberazione anticipata con procedimento de plano in caso di accoglimento, ha sicuramente deflazionato in maniera rilevante il carico delle pendenze del tribunale di sorveglianza, accelerandone i tempi di decisione, a tutto vantaggio della popolazione carceraria; permangono tuttavia le già segnalate ambiguità di fondo del beneficio, sul rilievo che la valutazione parcellizzata della condotta del detenuto, semestre per semestre, mina un complessivo giudizio di recupero dello stesso. Resta inoltre difficilmente comprensibile la concessione della liberazione anticipata anche a soggetti sottoposti al regime del 41 bis nel quale non è prevista attività trattamentale.
Da aggiungersi che l'evanescenza e talora l'inesistenza di offerte rieducative per i soggetti detenuti, all'interno degli istituti di pena non consente, di norma, un puntuale giudizio di osservazione della personalità. Per costoro il beneficio finisce dunque per essere unicamente condizionato, dall'esistenza o meno di rapporti disciplinari promosso dal persole di custodia.
Anche se oggi meno numerosi per effetto dell'indulto, gli interventi, ex artt 146 e 147 legge sulla droga, in favore di persone affette da HIV o AIDS e tossicodipendenti, presentano una serie di problemi a causa, da un lato delle incertezze diagnostiche, di terapie inefficaci, di programmi riabilitativi generici e mal individualizzati, per il fatto poi che la legge dilata senza confini la detenzione domiciliare, atteso che il rinvio in questa materia prescinde dall'ammontare della pena stessa.
Ma anche di questa materia si rende ineludibile un generale ripensamento.
Sulle problematiche che si pongono, ancora una volta le parole del capo dello Stato hanno riecheggiato i risultati della più moderna elaborazione della scienza penalistica, senza dubbio ben presenti anche al ministro Mastella e alla Commissione ministeriale per la riforma del codice penale presieduta da Giuliano Pisapia.
Anzitutto il Presidente Napolitano è stato netto nell'affermare l'idea che la pena detentiva debba essere riservata dal legislatore soltanto ai condannati, i quali abbiano commesso «crimini che destano allarme, che ledono gravemente valori e interessi preminenti e intangibili». Si tratta della concezione della pena detentiva come ultima ratio, cioè come sanzione da infliggersi quando ogni altra risulti non adeguata a soddisfare quelle esigenze, in vista delle quali si prevede che un soggetto colpevole sia assoggettato a pena. Con la conseguenza, naturalmente, che intanto la pena detentiva potrà essere sostituita da pene alternative di diversa natura, in quanto queste ultime risultino idonee ad assolvere nel caso concreto le ordinarie funzioni di prevenzione generale e speciale, nonché di risocializzazione del condannato, tipiche della pena.
A questo proposito, appare assai significativo il richiamo fatto dal presidente Napolitano e ripreso anche dal ministro Mastella, alla necessità di ripensare attraverso soluzioni condivise l'intero sistema sanzionatorio, in particolare mediante la previsione di un ampio ventaglio di pene non detentive, purché "credibili" ed "efficaci" (sia in chiave di deterrenza dal commettere reati, sia in chiave di recupero del condannato), di cui lo stesso giudice del processo possa avvalersi per sanzionare i reati meno gravi.
Al riguardo occorre uno sforzo di fantasia e di equilibrio legislativo, così da conciliare il comprensibile auspicio verso la "decarcerizzazione" non solo con le superiori esigenze di "sicurezza della collettività" (esigenze che difficilmente potranno prescindere dalla sanzione carceraria, nel caso dei reati più gravi, cominciando da quelli oggi puniti con pena detentiva non inferiore a 4 anni), ma anche con l'attenzione dovuta alle "vittime del reato". Quantomeno nel senso di assicurare rispetto per la posizione delle stesse vittime e di assecondarne le legittime aspirazioni morali non già alla vendetta, bensì affinché sia "fatta giustizia": come, del resto, è stato riaffermato da ultimo anche nel corso del "giorno della memoria" dedicato alle vittime del terrorismo.
D'altro canto, muovendo realisticamente dal presupposto che alla pena detentiva – per quanto possa venirne ridotta l'area dell'effettiva applicazione – non si potrà rinunciare, il Presidente Napolitano ha posto l'accento sulla necessità che, in ogni caso, l'esecuzione di tale pena debba avvenire nel "rispetto della dignità del detenuto", e quindi attraverso forme, strumenti e interventi diretti ad agevolarne il "reinserimento sociale". Si tratta, come noto, di un postulato fondamentale della filosofia del "trattamento risocializzante", cui da oltre trent'anni è ispirato il nostro ordinamento penitenziario, e che però stenta ancora a trovare completa attuazione nella pratica.
Di recente il Tribunale di Ancona ha inflitto complessivamente venticinque anni di carcere per reati di falso e corruzione contestati nel processo per presunte tangenti intascate tra il 1998 e il 1999 da funzionari dell'ANAS nel corso di un appalto per la manutenzione della statale 76. Una sentenza che giunge a molti anni di distanza dalla data di commissione dei reati e che, lontana ancora dal divenire giudicato, rischia naturalmente di essere travolta dalla prescrizione.
Fatta eccezione di questa rara avis non risultano altre pronunce significative in materia di reati contro la pubblica amministrazione che nelle nostre statistiche risultano in netto calo (ma le statistiche giudiziarie, come credo di avere già detto, sono quanto mai fallaci perché sono elaborate sulla base dei processi che si celebrano in un determinato periodo e che però si riferiscono ai reati commessi in un arco temporale piuttosto ampio sicché è arbitrario collegare al numero dei processi celebrati il numero di reati commessi nello stesso periodo, senza dire che nelle statistiche non compaiono neppure i processi non fatti e tanto meno i reati non scoperti).
Altrettanto risulta dalla relazione dell'Alto Commissariato per la lotta alla corruzione dal 1996: ad oggi le condanne definitive per il reato di corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio sono crollate dalle mille all'anno (sino al 2000) alle appena 130 del 2006; quelle per abuso di ufficio sono addirittura scemate da 1305 a 45. E se già colpisce questo "passato" è ancora il "presente" a preoccupare ancora di più: soltanto per restare agli ultimi due anni le denunce per corruzione si sono dimezzate tra il 2004 e il 2006, quelle per concussione si sono ridotte nello stesso periodo di un terzo, quelle per abuso di ufficio si sono ridotte del 40%.
Delle due l'una. O nessuno più corrompe nessuno e ogni appalto è mondo di ogni tentazione oppure nei quindici anni post mani pulite le leggi succedutesi in materia hanno fatto perdere il controllo della situazione: è questa la conclusione cui perviene Piercamillo Davigo in una sua pubblicazione dedicata all'argomento, nella quale considera che mentre nessuna legislazione di emergenza è stata adottata per contrastare la corruzione dilagante, una serie di leggi invece hanno contribuito a nascondere il fenomeno: dallo svuotamento della fattispecie dell'abuso di ufficio, alla sostanziale depenalizzazione del falso in bilancio –che aveva rappresentato la via per accertare più gravi fatti di corruttela attraverso per esempio la formazione di riserve occulte– fino alla riforma del giusto processo con l'inutilizzabilità delle dichiarazioni rese in istruttoria anche se alla presenza del difensore, se non ripetute al dibattimento.
Diversa è invece l'analisi del Procuratore Regionale della Corte dei Conti che pure riguarda un ambito diverso e che nella sua relazione sottolinea che il comparto degli appalti pubblici per lavori, servizi e forniture desta come per il passato non poca preoccupazione.
In particolare, secondo il Procuratore Regionale, si verificano sempre più spesso errori progettuali, ritardi ingiustificati nella cantierizzazione delle opere, illegittime sospensioni, anomale perizie di variante, esecuzioni lacunose con vizi e difetti anche gravi, suddivisioni in lotti non funzionali, definizione dei parametri di costo a livelli eccessivi, errori –questi– che non sempre dipendono da negligenza o superficialità, ma che spesso possono nascondere mala fede, sulla quale appunto il giudice penale dovrebbe seriamente indagare.
Anche nel campo della sanità si sono resi necessari –secondo il magistrato contabile– approfondimenti investigativi per acquisti a prezzi superiori al mercato, quale conseguenza di una disarmonica e non programmata gestione delle procedure di appalto, dell'omessa razionalizzazione della tipologia dei beni necessari e infine della mancanza di attendibilità dei listini di riferimento.
Infine gli ammanchi di cassa e le appropriazioni di danaro da parte di pubblici dipendenti ed amministratori si manifestano con periodicità costante. E ciò malgrado sia ormai evidente che tali comportamenti delittuosi hanno una grandissima probabilità di essere scoperti, soprattutto se spalmati in un prolungato lasso di tempo e articolati in una pluralità di singoli episodi.
Quanto alle tangenti è calato il numero delle segnalazioni pervenute. E' comunque troppo presto, davvero troppo presto, per addivenire ad una conclusione positiva circa il rientro di un fenomeno che per la sua storica ampiezza è troppo consolidato per evaporare in così breve tempo.
Le istruttorie riguardanti le irregolarità e le frodi a danno dell'Unione Europea si sono implementate durante il 2006 sia per la menzionata estensione della giurisdizione sino ai percettori delle provvidenze, sia per il rafforzamento dei collegamenti con l'OLAF e con le sezioni specializzate della Guardia di Finanza.
Osserva d'altra parte il Difensore civico della Regione nella sua relazione di fine anno che la quasi totale eliminazione dei controlli di legittimità (salvo s'intende quelli giurisdizionali) ed il rafforzamento degli esecutivi derivante soprattutto dall'elezione diretta dei sindaci e dei governatori, richiedono meccanismi di garanzia adeguati. Sicché l'amministrazione deve evolversi nel senso di assicurare maggiore accountability cioè responsabilità diretta del soggetto preposto a livello politico e amministrativo, maggiore tracciabilità delle procedure, gestione più trasparente dei processi.
Intanto in Italia dopo quindici anni consumati a discutere se la tangente su un appalto fosse corruzione o concussione e a discettare di corruzione antecedente e susseguente, commessa da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, per atto di ufficio o per atto contrario ai doveri di ufficio, la peculiarità tutta italiana della distinzione tra corruzione e concussione sta ora per essere spazzata via dal vento europeo di adeguamento al Trattato anticorruzione firmato il 21 novembre 97 ed a cui l'Italia si appresta a dare adesione.
E sempre dal recepimento di direttive europee sta per essere introdotta nell'ordinamento italiano la corruzione privata cioè il reato di chi –anche non pubblico ufficiale– nell'esercizio della propria attività professionale (ad esempio il capo ufficio acquisti di un'azienda) accetta tangenti per compiere atti dai quali derivi una distorsione della concorrenza. La nuova figura minaccia da uno a cinque anni non solo per il corruttore ma anche per il corrotto privato. E soprattutto verrà inserita tra i reati per i quali può scattare anche la temuta (dalle imprese) responsabilità amministrativa della perso