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La scrittura in carcere
La scuola insegna ad imparare anche dagli errori - Lettere da e verso il carcere
Intervento di Maria Rita Viora, docente della scuola media statale “Alessandro Magno” di Roma, al convegno “La scrittura in carcere - Esperienze a confronto” - 27 febbraio 2007 - Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso
“Un viaggio di conoscenza nella complessità e nella ricchezza dell'animo umano”, così Luciana Scarcia, insegnante all'interno del laboratorio di scrittura nella Casa Circondariale di Rebibbia, definiva la raccolta di “racconti dal carcere” intitolata L'attesa, in occasione della presentazione del libro nella sede del CIDI di Roma.
In quella circostanza mi è sorta spontanea l'idea di tentare di far compiere questo viaggio ai miei alunni della Scuola Media Statale “Alessandro Magno”, convinta dei vantaggi che sicuramente ne avrebbero tratto.
Immediatamente ho manifestato questa mia intenzione alla collega Luciana e, con una spontaneità che ancor oggi ci meraviglia, è nato un carteggio e un filo diretto Carcere-Scuola.
Attraverso la lettura di diversi racconti tratti dalle due raccolte L'attesa e Carcere e viaggio le voci dei detenuti hanno varcato le soglie del carcere e sono arrivate sui banchi di scuola. I ragazzi le hanno accolte, le hanno ascoltate, le hanno sentite vere, intrise di dolore, ma soprattutto eloquenti, capaci di far riflettere, di dare insegnamenti più efficaci di tanti discorsi teorici sulle regole e sulla legalità. Hanno provato quindi a comunicare le loro impressioni con spontaneità, ma anche con una profondità di analisi e di osservazione quasi inimmaginabile per dei ragazzi così giovani.
I detenuti hanno risposto manifestando soddisfazione per l'apprezzamento dei loro racconti, ma soprattutto hanno trovato il coraggio di parlare apertamente e con sincerità dei loro sbagli, con la manifesta intenzione di dare utili consigli su come intraprendere il cammino della vita all'insegna del rispetto delle regole e dei veri valori.
Particolarmente intenso è stato nel corso di quest'anno lo scambio epistolare con il detenuto Leonardo De Pace Lòpez che ci ha dedicato un nuovo racconto, intitolato Il grano di caffè, esprimendo il desiderio di poterlo sceneggiare insieme e di vederlo rappresentato dai ragazzi stessi.
Grazie all'entusiasmo con cui la proposta è stata accolta e alla sinergia creativa che magicamente si è instaurata, è stato realizzato un copione, la cui prima parte è stata scritta da me e dai ragazzi a scuola e la seconda da Leonardo.
La rappresentazione sarà messa in scena nel mese di maggio nell'ambito di una rassegna teatrale per le scuole.
Il sogno di Leonardo diventa realtà.
La messa in scena di Il grano di caffè è solo una parte del più ampio significato che ha avuto questa esperienza di rapporto Carcere – Scuola. Un'esperienza di notevole valore formativo e sociale che mi auguro possa proseguire in futuro, anche con il coinvolgimento di altri insegnanti e altre scuole.
Per dar conto almeno in parte della qualità, culturale e educativa, di questo scambio tra scuola e carcere, riporto qui di seguito alcuni stralci delle lettere scambiate.
Il primo è preso da una lettera collettiva scritta dopo che in classe avevamo letto i testi di Leonardo pubblicati in Carcere e viaggio.
Caro Leonardo,
sentire dalle tue parole che il carcere è come un'isola dove sei stato scaraventato da una terribile tempesta, mentre navigavi per mari “sconosciuti e pericolosi”, ci ha aiutato a capire come vivi in quell'isola e perché ci sei arrivato. Attraverso efficaci metafore, hai paragonato la tua vita a un viaggio per mare interrotto da una violenta tempesta, un tuo terribile errore, che ti ha reso naufrago. (…) Stai già costruendo una “zattera con tronchi di cipresso” e aspetti venti favorevoli per gettarti in mare, ma questa volta non vuoi sbagliare.
La tua zattera dovrà condurti per mari sicuri, al tuo “nord”, tuo figlio, l'unico che ti “mantiene vivo”. Gli chiedi scusa e speri che un giorno possa perdonarti, ma gli dai anche consigli di vita per non commettere i tuoi stessi errori. (…)
Ebbene, caro Leonardo, la bottiglia attraverso cui speri possano giungere i tuoi preziosi insegnamenti di vita a tuo figlio, è giunta fino a noi e ci ha fatto molto riflettere. Siamo sicuri che arriverà anche a lui!
Un abbraccio
I ragazzi della II A
Nelle due lettere di risposta Leonardo, dopo aver scritto alcune riflessioni sulla sua esperienza, “regala” ai ragazzi una storia, una sorta di apologo:
Carissimi nuovi amici,
volevo ringraziarvi prima di tutto per quello che mi avete scritto. Non avrei mai pensato di poter arrivare così lontano. Vi considero una meta molto alta e importante per me. Avete pressappoco l'età di mio figlio e sono fiducioso che, se sono riuscito a suscitare delle emozioni in voi con le mie parole, potrò aspettarmi una risposta anche da parte sua.(…)
È veramente triste leggere nei vostri scritti che la piaga del bullismo continua a colpire i giovani, lasciando indifesi i più deboli e rendendo più stupidi quelli che credono d'essere più forti e furbi. Mi dispiace dovervi deludere dicendovi che, tempo fa, ero parte integrante di un gruppo di insensati che credevano che con le prepotenze si potesse ottenere il rispetto. Ragazzi, il rispetto si ottiene dando rispetto. Non imitate quindi i gasati, quelli che credono di essere i padroni del mondo semplicemente perché si sentono forti finché sono appoggiati dal loro gruppo, o forse perché hanno avuto un po' di fortuna e non si sono imbattuti in uno più forte di loro. Questi ragazzi bisogna aiutarli, lo stanno chiedendo a urla, a spintoni, picchiando, questo è il loro modo di richiamare l'attenzione perché nessuno li ascolta. La loro sofferenza li spinge a far soffrire altri, è l'unica forma di comunicazione che conoscono, per questo si comportano così.
Oggi ho 43 anni, dodici dei quali li ho scontati in galera. Me ne mancano ancora 16 da espiare, per una scelta sbagliata. Da ragazzo credevo d'essere chi sa chi, di possedere una saggezza mondana che mi avrebbe permesso di ottenere tutto quello che volevo. Se non portavo a termine una cosa, pur consapevole che era scorretta, non la consideravo come tale, ma semplicemente non compiuta, quindi andava fatta, altrimenti ne risentiva il mio ego. Per un certo tempo mi sono sentito un vincente, dimenticando, però, che ogni azione comporta una reazione uguale e inversa, e quindi un prezzo da pagare. Quando arrivò quel giorno mi trovai davanti un resoconto rosso scarlatto, che non potevo rifiutarmi di pagare, e il pagamento doveva essere fatto con la cosa più preziosa dopo la salute: la libertà.
Chi ha scelto di camminare sul filo del rasoio senza pensare di tagliarsi, è un illuso, esattamente come sono stato io. Spero che nessuno di voi debba mai venire in un posto come questo, però se vi allontanate dalle rette vie, vi state avvicinando irrimediabilmente al mio domicilio, nel quale è molto facile entrare, però difficile uscirne. (…)
Ricordo con molta nostalgia la vostra età, è un momento molto bello e significativo della vita. Vi state formando come cittadini, uomini e donne, che avranno diritti e doveri verso il mondo, ma soprattutto verso la vostra famiglia. (…) Ascoltate la voce dell'esperienza, soprattutto quella dei vostri genitori; ricordate che la vita è un ciclo e le cose si ripetono all'infinito, cambiano soltanto i protagonisti. Un domani spetterà a voi dare consigli e dovrete essere preparati. La verità assoluta, non la possiede nessuno in questo mondo, però ognuno di noi è padrone della propria, quindi prepariamoci per difenderla (…)
Per concludere volevo regalarvi questo racconto.
Il grano di caffè
Una figlia si lamentava con suo padre della propria vita e di come le cose le risultassero difficili. Non sapeva cosa fare per andare avanti e pensava che forse si sarebbe arresa. Era stanca di lottare. Sembrava che quando risolveva un problema ne compariva un altro.
Suo padre, che era uno chef in un importante hotel, decise di portarla dove lui lavorava. Arrivati in cucina, riempì di acqua tre pentole e le appoggiò sul fuoco. In una mise delle carote, in un'altra delle uova e nell'ultima dei grani di caffé. Le lasciò bollire per alcuni minuti senza pronunciare parola, mentre sua figlia lo osservava incuriosita e si domandava cosa stesse facendo.
Allora le domandò: «Cosa vedi mia cara?»
«Carote, uova e caffé, papà».
La fece avvicinare e le disse di toccare le carote; lei lo fece e notò che erano morbide. Quindi le chiese di prendere un uovo e sgusciarlo. Quando finì, osservò che l'uovo era duro. Infine le propose di bere il caffè; lei sorrideva mentre lo assaporava e gli domandò: «Papà ma tutto questo cosa significa?».
«Vedi mia cara, i tre prodotti hanno sofferto la stessa calamità: l'acqua bollente… però hanno reagito diversamente. La carota prima di entrare nell'acqua era dura e forte, però dopo essere passata per l'acqua bollente è diventata fragile, molle e debole. L'uovo invece era arrivato fragile e delicato ma la sua corteccia fine proteggeva il liquido interno che però, dopo essere stato nell'acqua bollente, si era indurito. I grani di caffé invece sono unici: dopo essere stati nell'acqua fumante, sono rimasti identici, è stata l'acqua a cambiare.
Quali di questi tre prodotti sei tu, figlia mia? Quando l'avversità bussa alla tua porta, come reagisci? Sei come una carota che sembra forte, però quando la sciagura e il dolore ti toccano, diventi debole e perdi la forza? O sei come un uovo: cominci con un cuore tenero e uno spirito fluido, però dopo una disgrazia, una separazione o una sventura diventi dura e rigida? Esteriormente sembri uguale, ma dentro sei amareggiata e aspra e con uno spirito e un cuore indurito. Oppure sei come il grano di caffé? Il caffé ha cambiato l'acqua bollente, l'elemento che ha provocato il dolore. Quando l'acqua è arrivata al punto d'ebollizione il caffé ha raggiunto il suo miglior sapore. Speriamo tu possa essere così: quando le cose diventano difficili, e si mettono male, tu possa reagire in forma positiva, senza lasciarti vincere, migliorando tutto intorno a te! Che davanti agli incidenti di percorso, tu possa ritrovare luce che illumini il tuo cammino e tutti coloro che ti sono accanto e tu possa diffondere con forza, ottimismo e allegria il dolce aroma del caffè».
E con questa storia vi saluto
il vostro amico Leonardo
Da questa storia e dal suggerimento di Leonardo è nata l'idea di scrivere la sceneggiatura, a cui ho fatto cenno prima. Ma, prima di concludere questa relazione sull'esperienza fatta, che ha coinvolto anche i genitori dei ragazzi, voglio riportare alcuni passi di una lettera che la madre di un alunno ha voluto scrivere a Leonardo, tramite l'insegnante, dopo aver visto la rappresentazione teatrale.
(…) Io sono una madre che vuole aiutare i suoi figli a camminare nel bene e nel giusto... Ma ho paura, perché so che la vita non fa sconti a nessuno. Non mi sento onnipotente, anzi fragile e vulnerabile, tutti sbagliamo e il peso di questi sbagli ci segue passo passo per tutta la vita, fino alla fine, dentro o fuori dal carcere.
Non mi sento così diversa da Leonardo, non ho fatto errori perseguibili per legge, ma ne ho fatti per cercare amore, che forse non ho mai trovato, o che forse non sono riuscita a dare come avrei dovuto, e per questi errori stanno pagando anche i miei figli. Non c'è giudice terreno che potrà mai assolvermi per questo: non esiste riduzione della pena, quando a giudicarti è la tua coscienza.
Leonardo ha iniziato un cammino che lo porterà di nuovo a godere del Sole, del cielo e di tutto ciò che ora vede solo in parte; io ho il privilegio di avere tutto questo, ma il mio animo vive in un carcere, non sono libera di essere felice.
Volevo dirti di non sentirti solo e prigioniero! In fondo, molti di noi si sentono liberi, ma non è vero! Vive la vita solo chi ne percepisce la vera essenza attraverso il dolore.
Ti scrivo per dirti che sarei felice se tu continuassi la corrispondenza con il mio adorato figlio, che la tua esperienza lo aiutasse a non deviare mai e questo solo chi ha sbagliato può farlo...
Grazie!
Un cordiale saluto
M.
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