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La scrittura in carcere

Scrittura e psicoanalisi

intervento di Carole Beebe Tarantelli psicoanalista e docente di Letteratura e psicoanalisi presso la Facoltà di Scienze Umanistiche, Università La Sapienza di Roma al convegno “La scrittura in carcere - Esperienze a confronto” - 27 febbraio 2007 - Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso

Per preparare questa relazione sono andata indietro con la mente a pensare al perché, l'anno scorso, ho detto di sì quando Luciana Scarcia mi ha chiesto di dare il mio contributo a un corso di scrittura in carcere. La prima ragione è che non è facile dire di no a Luciana, ma soprattutto ho accettato perché ero interessata alla proposta, non tanto perché pensassi di aver qualcosa da insegnare, quanto piuttosto perché volevo imparare qualcosa di questo mondo separato del carcere. Inoltre riprendevo un pezzo della mia vita, lasciato cadere dopo essere uscita dalla politica istituzionale.

Nella mia attività parlamentare avevo trascorso parecchio tempo in carcere, facendo parte del Comitato carceri della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati; mi piace ricordare che, mentre altri colleghi andavano in missione in alberghi a 5 stelle e ristoranti rinomati, noi parlamentari del Comitato carceri andavano in missione in carcere! Uno dei momenti più significativi della mia esperienza politica è stato quello della difesa della legge Gozzini. In seguito all'approvazione di questa riforma, il carcere era stato pieno di fervore, dopo anni di tensioni, violenze e rivolte. Il direttore generale del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Nicolò Amato, credeva moltissimo nell'apertura del carcere verso l'esterno e in una politica di inclusione sociale e di responsabilizzazione dei detenuti. Mi ricordo una volta che andammo nel carcere di Viterbo a parlare del diritto di cittadinanza dei detenuti, del rispetto che dovrebbe essere garantito a loro in quanto cittadini: l'entusiasmo per questo discorso fu altissima, fu – credo - un'occasione di comunicazione particolarmente efficace, che si situava in una fase in cui si tentava di pensare il carcere in un altro modo, nella prospettiva del reinserimento sociale dei detenuti a fine pena. Poi il governo Andreotti, con il ministro di Grazia e Giustizia Martelli, propose di limitare in modo drastico i benefici concessi dalla legge Gozzini come i permessi premio e il lavoro all'esterno. Così noi parlamentari di sinistra, insieme ad una parte del mondo cattolico, ci impegnammo in una battaglia politica importante in difesa di quella legge, e ci siamo riusciti dall'opposizione, impresa in genere non facile.

Dunque è stato anche per riprendere questo pezzo della mia vita che ho detto sì a Luciana, ma sono stata interessata anche perché sono uno psicoanalista, e nel mio lavoro mi interesso alle parti non ancora conosciute, separate o rimosse dalla vita delle persone: e il carcere è proprio questo in modo emblematico. All'inizio della nostra collaborazione c'è stata qualche divergenza sull'impostazione da dare agli incontri con i detenuti corsisti, forse anche per il mio duplice ruolo di psicoanalista e docente di letteratura. Ma poi abbiamo trovato un'intesa nel lavoro di lettura e discussione dei testi scritti da loro. Ciò che mi interessava non era tanto l'adeguatezza del prodotto finale a qualche standard, quanto piuttosto la capacità della persona di produrre qualcosa che partisse dalla propria esperienza e visione del mondo. Certo non pensavo di trasformare il corso di scrittura in un gruppo di terapia: i detenuti non mi hanno chiesto di fare questo e sarebbe stata da parte mia un'invasione della loro libertà. Tuttavia ritenevo e ritengo preziosi l'abitudine all'ascolto, al rispetto assoluto dell'alterità e allo sforzo di entrare in relazione con l'altro, attraversando gli abissi che ci separano per cercare di capire l'altro. Sono aspetti, questi, tipici della psicoanalisi.

Ma avevo accettato di dare il mio contributo anche perché ero curiosa, molto curiosa. Quando frequentavo le carceri ho avuto rapporti soprattutto con i detenuti politici, che ora quasi non ci sono più, avendo molti di loro finito di scontare la pena; mentre non avevo avuto molti contatti di scambio con i detenuti comuni. Inoltre ho trovato molto interessanti i testi che i corsisti avevano scritti, di cui mi ha colpito innanzitutto la non corrispondenza tra il basso livello di scolarizzazione di molti di loro e la capacità di espressione di sé attraverso la scrittura, magari non con uno stile elegante, ma con un uso delle metafore molto significativo; sono stati capaci di creare metafore vive che comunicano in maniera forte, pungente. Penso anch'io, come ha detto Luciana, che il pensiero narrativo, la capacità di raccontarsi sia un modo di dare senso alla propria esperienza - se non pensassi questo non farei lo psicoanalista -, però è evidente che c'è sempre il dubbio sul grado di libertà e autenticità d'espressione di un detenuto: se vuole veramente tenere privata una cosa, l'unico modo sicuro per farlo è di non comunicarla, in quanto, quando si affida la propria scrittura alla lettura degli altri, non si può sapere in anticipo quello che questi altri faranno del tuo intimo. Nel nostro gruppo questa diffidenza era legittimata anche dal fatto che, oltre ai detenuti, spesso erano presenti educatori, persone cioè che potrebbero avere un potere sulla vita del detenuto.

Prima che arrivassi, Luciana aveva fatto un buon lavoro: nei testi che ho letto non ho trovato uno “sbrodolamento” di sé, ma la produzione di racconti che potevano comunicare il senso della propria esperienza. Questo piaceva perché, per chiunque lo faccia, il raccontarsi è un momento di non alienazione: il mondo viene rappresentato attraverso i propri occhi, e quello che vedono questi occhi avrebbero potuto vederlo solo loro. In altre parole la mia esperienza non può essere la tua esperienza, perché, come dice Winnicott, “ognuno di noi è un posto da cui vedere”. Allora chi riesce a comunicare quello che vede produce qualcosa di nuovo, dà un contributo al sapere del mondo e crea uno spazio di libertà; aumenta e rende più spazioso il proprio spazio interno.

Nel modo di rapportarmi ai detenuti corsisti mi sono avvalsa della mia esperienza di analista: l'analista non fa mai domande, tranne quando non ha capito o vuole capire meglio, non si chiede mai: “stai dicendo la verità, stai cercando di ingannarmi?”, deve invece accogliere l'altro, entrare in relazione con lui e cercare di capire il senso di quello che sta dicendo, sempre con la consapevolezza, però, degli abissi che inevitabilmente ci separano, tanto più profondi quando si parla di un'esperienza non condivisa ma raccontata. Infatti chi non ha vissuto l'esperienza del carcere può conoscere le sue frustrazioni solo attraverso le parole di chi la vive.

Un episodio mi ha dato un senso limitatissimo della frustrazione della vita in carcere: il gruppo doveva riunirsi un'ultima volta a giugno per concludere gli incontri - e per la psicoanalisi è molto importante che gli appuntamenti vengono rispettati – invece non è stato possibile perché prima ce stata un'agitazione e tutte le attività sono state sospese, e poi è finito l'anno scolastico. Così non abbiamo potuto fare l'ultima riunione del gruppo, come avevamo concordato. Mi è dispiaciuto moltissimo.

Mi voglio soffermare su un'altra cosa. Prima si è fatto riferimento all'Associazione Differenza Donna, creata per combattere la violenza alle donne. Qui conduco da anni un gruppo con ragazze che hanno subito lo stupro in famiglia e un altro gruppo di supervisione con le operatrici dei centri per donne che hanno subito violenza. Affrontare la violenza subita è un lavoro molto pesante per loro, ma ho visto le cose straordinarie che possono essere prodotte da un gruppo quando le persone cominciano a pensare insieme. L'esperienza a Rebibbia è stata un'esperienza analoga: in questi incontri si è manifestato un grande desiderio di crescita. So che quello che sto dicendo può apparire un paradosso, tuttavia penso che il carcere possa anche essere un luogo in cui si può pensare, capire e crescere.

Una volta due detenuti hanno avuto una discussione molto aspra sull'esperienza della detenzione: per come hanno raccontato le loro vite mi è sembrato che il carcere abbia funzionato anche da contenimento per loro. La cosa emersa con più nettezza dai loro discorsi è stato il senso del dolore che avevano causato agli altri, in particolare ai loro familiari, e alle persone che gli avevano voluto bene. Uno di loro ha raccontato una cosa straordinaria: la sua famiglia, di origine contadina, era sempre stata molto fiera del proprio buon nome, della propria pulizia e rettitudine, e si era trovata con un figlio in carcere; questo aveva provocato una crisi profonda dell'identità della famiglia. Avrebbero potuto disconoscere questo figlio, e all'inizio il padre lo ha fatto. Poi invece, per amore, il padre ha superato la vergogna ed è venuto in carcere a trovare il figlio. In altre parole, per amore di questo figlio ha accettato la trasformazione dell'identità familiare. E il ragazzo ha provato una profonda gratitudine per la capacità di crescita mostrata dalla famiglia, alla quale ha sentito il bisogno di corrispondere crescendo a sua volta. Infatti il figlio aveva colto l'opportunità offerta dal carcere e si è messo a frequentare i corsi scolastici per innalzare il suo livello d'istruzione, che peraltro non gli aveva impedito di scrivere con grande efficacia di questo momento doloroso.

Un altro detenuto aveva descritto un momento della vita che gli aveva provocato una grande sofferenza perché riguardava la morte di una persona cara, e ha chiesto a me e Luciana di non condividerlo nel gruppo, perché il suo dolore era ancora troppo vivo per essere condiviso dagli altri.

Ci sono stati altri momenti di discussione molto profonda, per esempio quando, parlando della scrittura e della esperienza, ho sentito di dover spiegare la reazione psichica al trauma. Il trauma provoca sempre una dissociazione in cui una parte della mente sente il dolore e un'altro lo ottunde e lo guarda dall'esterno come se fosse irreale. Uno dei membri del gruppo ha accolto questa idea e l'ha elaborata, dicendo che sarebbe stato impossibile per lui esprimere direttamente il dolore che provava; avrebbe potuto descriverlo solo la parte che guarda ma non sente, perché la parte che vive il dolore è muta. Mi sembra che questa affermazione esprima un'idea importante: nella scrittura c'è un doppio momento, della riflessione e dell'approfondimento del senso, ma questo significato trovato ha anche bisogno di essere rispecchiato dall'altro. Da una parte, quindi, c'è la ricerca della propria identità, che è la condizione per poter ‘vedere' il mondo - se non si ha una identità non lo si può vedere - dall'altra, il pensare insieme nel gruppo, anche se non è un gruppo terapeutico, consente di capirsi meglio.

Insomma, il corso di scrittura è stata per me un'esperienza molto interessante e bella. Nel gruppo c'era un senso di movimento, di trasformazione, ma anche un forte senso di rinuncia e privazione, soprattutto perché in carcere si perde il controllo sulla realizzazione di qualsiasi desiderio. Basta pensare al tempo che intercorre tra l'espressione del desiderio, anche un desiderio semplice, e il suo esaudimento: bisogna fare la domandina, magari facendosi aiutare da uno più colto e poi si deve aspettare. Uno dei membri del gruppo ha parlato di un'attesa di due anni per la risposta del giudice; quando questo magistrato è andato in pensione, quello che lo ha sostituito ha risposto in un mese. Ecco, in questo senso di impotenza e nullità — credo — è racchiuso il senso della difficoltà del carcere.

Spero di riprendere l'esperienza con i detenuti. Non so se ho dato qualcosa a loro, ma so che loro hanno dato molto a me.




Ultima modifica: 14/05/2008