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La scrittura in carcere

Il carcere tra “domandina” e bisogno di comunicazione

intervento di Luigi Manconi Sottosegretario alla Giustizia al convegno “La scrittura in carcere - Esperienze a confronto” - 27 febbraio 2007 - Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso


Partirei da ‘scrittura' e ‘carcere', che al di là dei luoghi comuni e degli stereotipi, sono due termini strettissimamente collegati.
Per trovare questi collegamenti bisogna avere certo buona volontà e saper guardare il carcere in profondità, saper rintracciare dentro il carcere la vita reale di coloro che vi sono reclusi. Il carcere è pieno zeppo di scrittura: di penne, matite, oggetti per scrivere, di computer, anche se mutilati, ovvero impotenti rispetto a Internet, bloccati quindi in una loro potenzialità straordinaria per ragioni di sicurezza che, a mio avviso, è giusto porre in discussione nella prospettiva di superarle, ma resta il fatto che il carcere è pieno di strumenti di scrittura.

Ma, ancor prima, il carcere è regolamentato, disciplinato, organizzato da una forma particolare di scrittura: la vita del detenuto è scandita da quella cosa che si chiama “domandina”, l'intera esistenza reclusa dipende dalla capacità di scrivere, proporre e soprattutto ottenere risposta a quella forma del tutto peculiare di richiesta. Anche in questo caso, il diminutivo è eloquente: segnala quello che qualcuno ha definito un processo generale di infantilizzazione che il carcere determina. Questo, per sua natura, tende a ridurre i reclusi allo stato infantile e anche il ricorso a un linguaggio infantile segnala questa sua forza nel determinare l'identità di coloro che vi sono reclusi.

La legge, nell'esecuzione della pena, non prevede l'esclusione del detenuto dal godimento dei diritti, se non esclusivamente quello alla libertà di movimento. Tutti gli altri diritti rimangono “in capo al detenuto”, come si dice, egli ne resta pienamente titolare; ma tra questa titolarità e la loro esigibilità, cioè la possibilità di godere concretamente di diritti, prerogative, garanzie, facoltà, c'è appunto la procedura della richiesta, c'è la forma pesante, opprimente di una domanda costante che passa attraverso la formulazione della “domandina”. Essa riguarda tutto: dall'esigenza più elementare, minuta fino alla possibilità di andare a colloquio, di poter esporre le proprie richieste, fino ai diritti più solidi, robusti, significativi.

La “domandina” è il genere letterario più diffuso dentro il carcere. È un genere letterario, a sua volta, selettivo e discriminatorio, perché divide tra coloro che la sanno compilare e coloro che se la devono far scrivere, tra coloro che la devono tradurre in lingua italiana e coloro che invece in lingua italiana la sanno scrivere. Già questo crea, all'interno delle carceri, un'intensa attività. Fa parte di una sorta di retorica carceraria ma corrisponde anche a un concreto elemento di coesione e di solidarietà il fatto che, all'interno degli Istituti penitenziari, ci sono quei detenuti che compilano le domandine per gli altri, così come compilano le istanze, le difese, e istruiscono, formano sui diritti del detenuto. È questa la prima forma di scrittura che balza agli occhi, il primo genere letterario burocratico-amministrativo, faticoso, arduo e che, soprattutto, può deludere: la “domandina” non prevede necessariamente una “rispostina”, può prevedere anche il silenzio, la mancata risposta … tantomeno una “rispostona”. Quindi la domandina è comunque un'attività di scrittura faticosa e può essere molto frustrante.

Poi c'è un'altra forma di scrittura, all'interno del carcere, è una forma che conosce oscillazioni nel tempo e tuttavia non tende a scomparire: è quella forma di scrittura che utilizza il proprio corpo come “carta”. Nella storia del sistema penitenziario i tatuaggi sono stati e continuano a essere una forma di comunicazione attraverso ciò che è proprietà esclusiva del soggetto: il proprio corpo, si potrebbe dire che sono una forma di autobiografia. Una autobiografia esistenziale, talvolta criminale, che funziona come strumento appunto di relazione: comunica un'identità, offre un'occasione di conoscenza, contribuisce a definire dei campi di appartenenza.

E c'è ancora, e ancora con riferimento al corpo, quella forma estrema di comunicazione che passa attraverso il proprio corpo tagliato. Abbiamo dei dati che certificano una inquietante stabilità, nel corso dei decenni, del fenomeno dell'autolesionismo. Il corpo tagliato, ferito, sanguinante, il corpo cucito è, evidentemente, una forma estrema, crudele di comunicazione che costituisce l'unica disperata risorsa di chi ritiene che non può parlare altrimenti, che non può altrimenti far sentire ciò che vuol far sentire, e ricorre, appunto, all'unico strumento che gli resta: il proprio corpo ferito.

Molti anni fa, entrando nelle carceri italiane e parlando con i detenuti, mi colpiva il fatto che, nelle situazioni più desolate, di maggiore penuria di tutto, anche dei beni primari, la domanda fondamentale che emergeva in maniera prepotente e inequivocabile era di comunicazione, era il bisogno di parlare con ciò che è fuori dal carcere. Per molti versi questa è un'ovvietà: essendo il carcere separazione, rottura del sistema di relazioni tra il detenuto e il suo ambiente, il suo passato, la sua identità sociale, può essere scontato che quello sia il bisogno primario; ma colpiva e colpisce che sia il bisogno primario anche quando, magari, ci sono gravi problemi di natura sanitaria o anche quando siamo in presenza di detenuti tra i più emarginati, tra i più depauperati.

Ecco, questo credo ci aiuti a capire che quello della comunicazione, nelle sue tante espressioni, è un bisogno fondamentale. La scrittura, insomma, non è un bene superfluo, non è un lusso, è anzi un bene strettamente necessario. Questo lo intuiamo in quelle forme di scrittura che hanno o un carattere burocratico-amministrativo o addirittura una dimensione disperata e crudele, ma lo vediamo chiaramente quando quel bisogno di comunicare si esprime, invece, come atto di libertà e di creatività. A quel punto cogliamo come questo bisogno di comunicare sia davvero bene primario, esigenza elementare, necessità ineludibile e preziosissima della popolazione detenuta.

La sua necessità emerge con evidenza maggiore se consideriamo che riguarda quel segmento della società italiana dove più alto è il tasso di analfabetismo. Il carcere oggi è tornato a essere, come negli anni '50-'60, il luogo dei poveri. È tornato a essere l'istituzione per disciplinare la povertà, al punto che il carattere classista del sistema penitenziario è oggi il più elevato rispetto a tutti gli altri sottosistemi della società italiana, quello in cui troviamo addensati i gruppi sociali che stanno in fondo alla scala gerarchica della nostra organizzazione complessiva. Ed è proprio qui che questo bisogno di comunicazione appare così forte, così impellente e incalzante. È proprio qui che la scrittura assume questa forza creativa e rassomiglia così tanto a un atto di libertà.

La scuola, con lo straordinario lavoro che fanno gli insegnanti dentro le carceri, ma complessivamente tutta l'attività di produzione culturale è un segno straordinario di una volontà di emancipazione da parte della popolazione detenuta. Gli esempi sono tantissimi, se solo pensate che per arrivare a questa sala avete attraversato un corridoio alle cui pareti ci sono teche di vetro che raccolgono i materiali degli scavi archeologici fatti nel sito di Rebibbia, avete un'immediata percezione di quali siano le potenzialità di conoscenza, d'intelligenza, di cultura che il carcere può esprimere e, aggiungo, di amore per la bellezza.

Nel carcere non ci sono solo le attività di riproduzione del carcere stesso: la mensa, la pulizia, la manutenzione ecc., ma c'è anche un'attività culturale incentrata sulla bellezza. Siamo tutti abituati a pensare che la bellezza sia un lusso che possono permettersi solo quelli che hanno un reddito elevato, un curriculum scolastico di formazione e di conoscenze avanzato; invece la bellezza può essere alla portata di tutti, anche degli ultimi tra gli ultimi, anche di coloro che non hanno nessun sostegno dall'esterno ma in carcere possono scoprire quella ricchezza straordinaria che è il godimento della bellezza.

L'esempio del Museo Archeologico di Rebibbia a me sta molto a cuore, e spero si possa iniziare un lavoro simile a Regina Coeli nei prossimi mesi. Ma potrei fare molti altri esempi di questa ricchezza di esperienze culturali: oggi voi sentirete parlare Ornella Favero, l'animatrice di “Ristretti Orizzonti”, dal carcere di Padova e della Giudecca, che quotidianamente invia a centinaia di persone una newsletter contenente tutte le notizie che la stampa italiana pubblica sul sistema penitenziario.

Pensate, questa che è per me e per molti come me uno strumento indispensabile di lavoro, non proviene da un'agenzia pubblica, non proviene da un'istituzione né dallo stesso Ministero dove io svolgo un'attività e ho delle competenze, ma proviene dal lavoro volontario di associazioni e di detenuti di quei due carceri. È un'esperienza importantissima che si affianca a quella altrettanto importante delle ormai decine e decine di giornali che gli Istituti penitenziari di tutta Italia producono da anni, in maniera diseguale, spesso improvvisata, spesso con un alto livello di professionalità.

Infine, i laboratori di scrittura. Io credo che il convegno di oggi, così importante, non dia ancora una mappa puntuale di tutto ciò che in termini di laboratori di scrittura si fa già ora in Italia. Questo è il primo convegno nazionale sulla scrittura in carcere, al prossimo, che vi auguro si possa realizzare con scadenza precisa, scoprirete che esperienze come queste sono molto più diffuse, solo che non riescono a coordinarsi.

Un'ultima annotazione riguardante il laboratorio di scrittura esistente in questo Istituto, di cui fui messo a conoscenza quando svolgevo l'attività che oggi svolge Gianfranco Spadaccia, cioè di Garante dei diritti delle persone private della libertà per il Comune di Roma. Non è tanto per dare l'ennesimo riconoscimento alla professoressa Luciana Scarcia, di cui già sono state messe in evidenza generosità e competenza, ma è per un'altra ragione che voglio parlare di lei, sottolineando la sua perseveranza, la sua ferrigna ostinazione … quasi vicina alla protervia. Per superare le difficoltà che ostacolano la realizzazione di progetti come quello del laboratorio di scrittura, generosità e competenza non bastano se non sono accompagnate dalla tenacia e dalla pazienza del mulo. Non dico questo per portare ancora tributi al suo lavoro — sarebbe ingiusto nei confronti di tutti quelli che lo stesso lavoro fanno in condizioni più difficili perché magari le Amministrazioni locali o le direzioni dei carceri sono meno attente e sensibili — lo dico per un motivo: nel carcere domina una legge ed è la legge della rassegnazione. “Non si può fare”, di fronte alla più ragionevole delle proposte, il pessimismo che gronda dai muri, che si respira, dice: “non si può fare”.

Un esempio: Qualche anno fa mi adoperai per introdurre in un carcere una passerella di 1,60 mt per consentire alle carrozzelle di detenuti inabili o malati di raggiungere l'aria, cioè il cortile esterno. Questa elementare struttura, ripeto di 1,60 mt, la cosa più semplice del mondo, richiese un'attività di pressione, di lobbing di un anno e mezzo. Questo è il clima carcerario. E affermare che invece si può fare io credo che sia il messaggio più importante che possiamo dare innanzitutto a noi stessi e poi alla società nel suo complesso.




Ultima modifica: 14/05/2008