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La scrittura in carcere
Intervento
di Mariangela Bastico Vice Ministro alla Pubblica Istruzione al convegno “La scrittura in carcere - Esperienze a confronto” - 27 febbraio 2007 - Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso
La pratica della scrittura costituisce per ogni persona uno strumento di relazione e di comunicazione assolutamente fondamentale. Acquista, ne sono certa, un valore particolare all'interno del carcere, dove può diventare uno spazio di creazione e di libertà.
Questo significato della scrittura si coglie con evidenza nelle 2 pubblicazioni di racconti scritti da detenuti, che mi sono state inviate in visione. Leggo in una di queste: “Questo mi piace pensare guardando il cespuglio, e con la mente mi spingo in alto a sentire anch'io il vento… Com'è bella la libertà..”, Giosy, 40 anni, iscritto al corso per il conseguimento della licenza media, istituito a Rebibbia.
I due libri, che raccolgono i lavori svolti all'interno di un'istituzione scolastica: il 2° CTP che opera a Rebibbia, hanno trattato due temi, l'attesa e il viaggio.
Il tema dell'attesa appare, già ad una prima lettura, particolarmente coerente con quella sospensione del tempo che si associa all'idea della detenzione: “In questo mondo parallelo in cui sono ora, mi capita spesso la sera di mettermi alla finestra della cella. Guardo la luna; un ramo di pino a volte mi copre la visuale, ma io aspetto: prima o poi la luna si sposta, di modo che possa vederla meglio...”.
L'attesa si configura come non vissuto e insieme come spazio all'interno del quale partire per la ricostruzione del sé, che è parte integrante del progetto educativo.
Più provocatorio il tema del viaggio, in totale contraddizione con la condizione di detenuto, e, perciò, carico di suggestioni simboliche, di desideri di fuga e di evasione. Il mito di Ulisse riscritto dai detenuti si carica di valori di forza e di combattività inaspettati.
Ma si può parlare di un progetto educativo per i detenuti? Di un progetto che affianchi all'azione di pena e di rieducazione un percorso di formazione e di istruzione, in grado di proiettare in avanti le aspettativa delle persone detenute?
La presenza dell'istituzione scolastica in carcere è volta proprio a costruire e concretizzare questo progetto. Una scuola della autonomia, che ha come valori fondanti il rispetto delle persone; la capacità di costruire identità ed autostima, di comunicare e di relazionarsi, di imparare ed imparare ad apprendere.
La scuola in carcere può funzionare solo a condizione che si presenti come un sistema combinato, in cui il percorso individuale è oggetto di un patto tra gli alunni, gli insegnanti, gli educatori, e lascia ampio spazio ad esperienze di protagonismo attivo, come ad esempio i laboratori di scrittura, di pittura, professionalizzanti.
Solo così possono essere affrontate le grandi condizioni di difficoltà esistenti nel carcere, la demotivazione, la sfiducia, la diffidenza e la scarsa abitudine a comunicare di molti, il degrado di alcuni degli ambienti di provenienza.
Proprio a partire da questo contesto specifico e difficile è necessario ripensare la scuola in carcere, ridefinendone gli obiettivi, i percorsi e le metodologie didattiche.
Questo è già terreno di impegno concreto del Ministero che rappresento e che considera questo particolare settore come un importante “pezzo” del sistema dell'istruzione pubblica, da cui possono venire delle indicazioni sui bisogni formativi della popolazione adulta in Italia e sulle priorità a cui dare attenzione. Molto eloquenti in questo senso sono i dati ufficiali sul livello d'istruzione della popolazione detenuta che segnalano un'allarmante carenza: solo il 6% dei detenuti ha un titolo di studio superiore alla Licenza media.
Un primo obiettivo, dunque, è quello di offrire più istruzione, proprio ai più svantaggiati, agli ultimi, a partire dai livelli essenziali dell'alfabetizzazione, fino al conseguimento di qualifiche e diplomi, spendibili anche all'esterno del carcere.
Un secondo obiettivo, non meno importante, è affidare ai percorsi di istruzione una forte valenza di formazione alla cittadinanza, quale strumento essenziale di futuro e di reinserimento sociale, proprio laddove i vincoli di appartenenza alla società sono stati strappati, allentati e spesso sono scomparsi.
Il prezioso lavoro degli insegnanti, degli educatori, delle associazioni e dei gruppi di volontariato all'interno delle carceri, per istruire e dare opportunità di futuro ai detenuti, costituisce realmente il “ponte” tra la reclusione e la libertà. Ad essi va il mio ringraziamento e l'impegno a non lasciarli soli in questo complesso lavoro.
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